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La verità del sipario calato sullo storico Caffé Doña Flor

di Antonio V. Gelormini

La chiusura è stata improvvisa, anche se le trattative con la proprietà si protraevano da più di un anno. Un locale dal nome storico, Doña Flor, che insieme al Foyer del Teatro Petruzzelli, rimandava ai fasti prima dell’incendio, ma che invece aveva aperto dopo la sciagura, nel 1997, prendendo il posto del Ristorante Impero (pochi ancora lo ricordano).

Troppi anni di singhiozzo commerciale, troppe pause improduttive, con un contratto tenuto in vita dai locatari, forse per non rendere operativo l’esproprio anche su questi locali, e dall’affittuario per non perdere una prelazione sul potenziale angolo esclusivo, all’ombra del Teatro, davanti al quale s’erano inchinati anche Alberto Sordi e Monica Vitti in Polvere di Stelle.

“Un inchino sincero - raccontava Sordi - perché erano veri il rispetto e la commozione per quello che noi consideravamo il tempio sacro dello spettacolo”. "Il Petruzzelli rappresentava per noi quello che per un attore americano poteva essere Broadway”, ricordava l’Albertone nazionale, “era la nostra massima aspirazione, la meta più ambita e sognata. Un punto di arrivo, il passaggio ad una categoria superiore: significava essere arrivati finalmente in ' A' . Chi riusciva a mettere piede lì, era come se avesse ottenuto la laurea per un sicuro successo".

Stanchezza e sostenibilità complessa, questi i veri motivi - a quanto racconta Vincenzo Lopriore titolare dell’elegante Caffè Restaunat – ad aver determinato la decisione di mollare la presa e rivolgere attenzioni ed energie verso altri lidi e altri orizzonti commerciali.

Dona Flor targa
 

Un locale che vive fino in fondo la trama e i riferimenti metaforici insiti nell’opera dalla quale i titolari vollero trarre spunto. Doña Flor , infatti, è un'opera in atto unico di Niccolò van Westerhout su libretto di Arturo Colautti La scena è unica: l'interno di un palazzo signorile con un balcone che si affaccia sul Canal Grande a Venezia.

Dona Flor 2
 

La vicenda ruota attorno alla vedovanza di Doña Flor e al suo lutto stretto, vissuto nel ricordo di Vadinho, delle loro ambizioni, del fidanzamento e dello sposalizio. Coglie l'intimità della giovane vedova, il suo riserbo, le sue notti insonni e la sua insoddisfazione. Racconta di come arrivò onorata al suo secondo matrimonio, quando il fardello del defunto cominciava a pesare sulle sue spalle, e di come visse in pace e armonia, senza dispiaceri né soprassalti, con suo bravo secondo marito, nel mondo della farmacologia e della musica. E mentre lei brilla nei salotti e il coro dei vicini le ricorda la sua felicità, Vadinho, nel suo corpo astrale, la visita, la corteggia, le elargisce gioie eccezionali e consigli formidabili.

Nel plurisecolare gioco di sponda tra Bari e Venezia, tra baresi e veneti, sin dal popolare avvistamento de “la vidu’a, vidu’v”, l’imponderabile casualità della vita ipotizza che i moderni costumi di Vadinho sia oggi indossati dal marchio in predicato di approdo nei locali che per tutti rimarranno sempre del Doña Flor: quello degli Zonin da Gambellara di Vicenza.

(gelormini@affaritaliani.it)

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