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PugliaItalia

Nonostante la Puglia, a differenza di tutte le altre regioni del Sud, riesca a mantenere un rapporto ancora apertamente conflittuale con la crisi produttiva ed occupazionale del Paese, si diffonde sempre più una forma di pessimismo nel futuro che spiega alcuni comportamenti sociali.

Innanzitutto i dati: dal 2010 a febbraio 2013 in Puglia vi è stato un aumento dei prezzi al consumo del 7,9%; nello stesso periodo passano dall’8,9% al 10,9% le famiglie che considerano ‘assolutamente insufficienti’ le risorse a propria disposizione, e dal 41,7% al 45% quelle che pensano che le proprie risorse siano scarse.

I due dati, incrociati e/o sommati, ci restituiscono una serie di riflessioni: 1) l’aumento dei prezzi rischia di aver determinato un accrescimento della percezione dell’impoverimento; 2) diminuisce obiettivamente la capacità di risparmiare; 3) va diffondendosi un pessimismo verso il consumo che può influire negativamente sulla tenuta del commercio.

Crisi

Un altro dato conferma quanto detto: dal 2010 al 2012 la poca soddisfazione delle condizioni economiche individuali passa dal 43,4% al 47,9%; coloro che non sono per niente soddisfatti passano dal 15,1% al 20,5%. Siamo di fronte ad un arretramento materiale o psicologico?

Certo è che la politica pugliese attualmente non riesce a controllare il fenomeno perché si tratta di capillari e sotterranei flussi di atteggiamenti negativi che risentono di un battage mediatico sulla crisi che induce complessivamente al pessimismo o alla protesta. Non è infatti casuale che la Puglia abbia deciso di voltare le spalle al centro-sinistra e parzialmente al PdL, aprendo a Grillo nonostante la crescita del Pil regionale – che dal 2008 al 2011 passa da 71.631.660 a 71.792.800 – e quella, meno lieve, dell’occupazione.

Non c’è soltanto un problema di comunicazione della realtà, ma soprattutto di caduta della credibilità di tutta la classe politica nata nella prima repubblica e cresciuta nella seconda. Nello stesso tempo crolla la fiducia nella capacità di risparmiare di ciascun pugliese.

Sul risparmio – e non sugli investimenti delle banche – si è costruito il futuro delle attuali generazioni di lavoratori. Risparmiare consentiva l’accesso alle stanze del sacrificio per investire negli studi, nell’università. Adesso che di risparmi non si può parlare, perché chi continua ad accumulare denaro appartiene a quell’1 per cento che vive una condizione sostanzialmente parassitaria, è necessario che le istituzioni pubbliche intervengano per colmare quanto le famiglie non possono più fare.

Monti imprenditori Fdl

Questo in Puglia avviene, perché sono aumentati gli investimenti nel sostegno all’istruzione e nel welfare, per esempio. Eppure non v’è percezione diffusa di quanto fatto. È come se la crisi portasse con sé un carico di diffidenza, sfiducia, negazione di alcune evidenze e dati di realtà. Tutto ciò appesantito da un racconto della società pugliese raramente realistico. Se vado a vedere le performances dei nostri studenti, sorrido.

Se guardo all’occupazione dei laureati in Puglia nel 2012, devo sorridere molto più di un campano e di un lombardo. Però è certo che se vedo come le banche pugliesi trattano i giovani che chiedono un mutuo o le imprese, allora ondeggio tra le lacrime e la rabbia. Banca d’Italia nel 2011 definiva il sistema bancario pugliese uno dei più ‘selettivi’ del Paese: vale a dire uno dei meno disponibili all’efflusso di denaro.

Allora è proprio sul sistema dell’accesso al credito che si rende necessario un intervento più efficace delle istituzioni. È giusto che, a fronte di un dinamismo pugliese che prova a resistere alla crisi, le banche aprano l’otre che custodisce il denaro ricevuto da Bruxelles a tassi risibili e facciano spirar fuori una ventata d’aria fresca a tassi altrettanto bassi. Altrimenti anche la Puglia può cascare nel pieno del baratro che travolge il Mezzogiorno.

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