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Le "Variazioni enigmatiche" della Compagnia 'Gli Ignoti' (di D. Cassone)

Un'isola ai confini delle lande ghiacciate. Due uomini, uno scrittore e un giornalista. Agli antipodi, in apparenza: scrittore ed inventore di verità il primo, giornalista e avvezzo a cercarle per mestiere il secondo. Un’intervista che si trasforma lentamente in un diabolico gioco del gatto col topo, ma allo spettatore non è dato sapere chi sia chi. Una donna che non vedremo mai, ma che è il fulcro di tutta la storia e che legherà entrambi fino al sorprendente doppio finale, che lascia senza fiato con un brivido di malinconica poesia.

 

“Variazioni enigmatiche”l’opera del drammaturgo belga Èric-Emmanuel Schmitt, portato sul palco del Teatro Sociale dalla compagnia “Gli Ignoti” di Napoli, non poteva che chiudere la gara del Festival “Di scena a Fasano” nel migliore dei modi, candidandosi tra i possibili vincitori. Un testo di rara bellezza ed intensità, perfetto come il meccanismo di un orologio, disseminato di splendide riflessioni e di frasi che catturano lo spettatore.

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Come la descrizione dell’Amore: «Noi ci diciamo parole d'amore, ma chi siamo noi? A chi dici: io t'amo? A chi lo dico io? Non sappiamo chi amiamo. Non lo sapremo mai». O quella del mistero: «Il fascino di un mistero è il segreto che contiene, non la verità che nasconde»Oppure la definizione di fantasia: «Voi giornalisti a forza di riportare notizie, con la vostra banale, piatta sintassi, a forza di copiare e ricopiare siete diventati dei minorati della fantasia. E credete che tutti quelli che usano la penna per esprimersi si comportino come voi. Io creo, caro signore, creo non riferisco notizie».

 

Lo spettatore rimane rapito e in religioso silenzio lungo tutta la narrazione, sopraffatto dai numerosi colpi di scena. Bravissimi i due protagonisti, Guglielmo Marino (sua anche la firma della sapiente regia) nei panni dell’apparente scontroso Abel Znorko, che ha saputo incarnare con misura la solitudine e la rabbia per un amore interrottoe il giovane Antonello Gargiulo, nei panni di Eric Larsen, che ha recitato, in equilibrio sulla corda, il difficile doppio ruolo della vittima, che diventa carnefice per poi ritornare vittima. Talmente bravi, entrambi, che gli si può perdonare tutto, anche qualche piccola sbavatura dovuta alla palpabile emozioneElegante, infine, la scenografia, dominata dal nero e, sul fondo, da intriganti opere del maestro Fabio Abbreccia.

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