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Aleppo, Voisin Olivier

C’è una terrificante fotografia di Olivier Voisin – l’ultimo reporter francese ucciso in Siria – che ritrae un manichino femminile crivellato di colpi in un vicolo di Aleppo. Le vesti lacere, l’occhio ceruleo, calva e smarrita come un essere umano nel fuoco della guerra.

Ecco, è forse l’immagine che più assomiglia all’Italia che esce da questo voto. Issata su un piedistallo, incapace di muoversi, piantata come un bersaglio fisso davanti al fuoco nemico. Ma a trafiggerla non sono state potenze straniere o speculatori trans-nazionali, bensì un’intera classe politica di incapaci e di inetti.

Lo smarrimento che coglie i commentatori politici ed i politici stessi è qualcosa che ha a che fare con la materia della morte. La democrazia si è comportata come un boia ed ha decretato la fine di una repubblica, la seconda, e di una generazione vecchia di centro, di sinistra e di destra. Mai come in questa tornata elettorale è la qualità del dato a farriflettere, non la quantità.

La qualità del racconto elettorale, per esempio: pessima e brevimirante dappertutto, illusoria a destra, deludente a sinistra, menzognera al centro. La qualità della comunicazione: irriverente a destra, barbosa a sinistra, supponente al centro. La qualità dei candidati: piuttosto osceni a destra, tutto sommato ordinari a sinistra, per lo più riciclati al centro. La qualità dei programmi: ripetitivi a destra, oscuri a sinistra, ingannevoli al centro. È mancata la sobria onestà che chiedono gli italiani. Inutile star lì a criticare le scelte degli elettori.

A me sembra ovvio che siamo di fronte a qualcosa di inedito che rischia di trascinarci tutti in un crollo demotivante. Questo in tutti i collegi. I dati pugliesi, per esempio, parlano di un recupero un po’ oscuro di Berlusconi, di un crollo rivelatorio del centro-sinistra, di una debolezza estrema e cronica del centro e di un decollo di Grillo.

olivier voisin

Poco importa quali sono gli effetti immediati sugli equilibri interni a consigli e giunte, quel che conta è l’assenza di una prospettiva chiara nell’elettorato pugliese e nei partiti tutti di Puglia. E se il PdL pugliese non ha ancora le forze per vincere una competizione elettorale regionale, per vetustà e manifesta irriverenza democratica del capo, figuriamoci il centro-sinistra, che necessita di un coraggioso processo di rivoluzione interna.

Evidentemente siamo oltre le vecchie ed abituali divisioni, siamo dentro una fase nuova che stravolge le determinazioni del consenso e del dissenso, le strutture di partito, le pratiche della democrazia, la scelta dei dirigenti, i temi e gli orientamenti di valore in essi contenuti. Anche in Puglia viene decretata la morte degli uomini soli al comando, del liderismo italiota. Gli analisti seri ne coglievano le avvisaglie da tempo, ma nessuno se n’è fatto interprete per lanciare un progetto di sintesi collettiva che rispondesse al malessere di chi è stato soffocato in un ventennio dai bagordi di una casta indecorosa, immorale e putrida.

Allora perché meravigliarsi della vittoria dell’uomo qualunque se dall’altra parte c’era un manipolo di uomini senza qualità? Ora, io sono certo che questo terremoto oltre ad aver finalmente ingoiato nelle crepe aperte un pezzo della seconda repubblica (Di Pietro e Fini, ed era ora!), scatenerà esplosioni a macchia di leopardo.

Uno sciame sismico che qualcuno dovrà pur interpretare. Ma questo qualcuno questa volta non può più essere un singolo. Solo un insieme di soggetti collettivi può riattivare il senso della pratica della democrazia nella vita dei pugliesi orientandola verso i beni comuni. Se questo non avverrà, la Puglia sarà inevitabilmente abbandonata al ritorno di un declino.

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