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Il lato positivo

“Il mondo ti spezza il cuore in ogni modo immaginabile, questo è garantito”. Martedì 5 novembre l’adattamento cinematografico del best seller di Matthew Quick "L'orlo argenteo delle nuvole", “Il Lato Positivo” di David O. Russell, sarà al centro del nuovo appuntamento presso il Cineporto di Bari della rassegna  CinEthica, occasione di riflessione e confronto promossa  dall’associazione Cinethic con il sostegno economico di Apulia Film Commission (iniziativa cofinanziata dal PO FESR Puglia 2007-2013).

Protagonista della toccante commedia sull’amore e sulle seconde occasioni della vita è Pat, ex insegnante di storia delle superiori, appena dimesso da un istituto per malattie mentali. A introdurre la proiezione del film l’attore e regista Marcello Prayer, classe 1965, artista apprezzato dal pubblico e dalla critica per numerosi progetti cinematografici, tra i quali “La meglio gioventù” e “Quando sei nato non puoi più nasconderti” per la regia di Marco Tullio Giordana, “Il furto della Gioconda” per la regia di Fabrizio Costa e “Galantuomini” per la regia di Edoardo Winspeare. Senza dimenticare la televisione ed il grande amore per il teatro.  Affaritaliani.it ne ha approfittato per una chiacchierata con il poliedrico artista.

Martedì 5 novembre presenterai "Il lato positivo" di David O. Russel, l’adattamento cinematografico del best seller “L’orlo argenteo delle nuvole”di Matthew Quick. Spesso, anche a causa di un certo vampirismo mediatico, siamo un po’ tutti educati alla commiserazione, quasi alla pietà, quando si affronta questo argomento. Qual è la tua personale riflessione sul tema della disabilità? Cosa può fare il Cinema per spogliarci di certi pregiudizi?

Marcello Prayer: “In un passato recente, mi è stata affidata la direzione artistica della sezione teatrale nella struttura dell’associazione “L’Arte nel Cuore” di Roma: una realtà operativa che offre la possibilità, a ragazzi disabili e non, di esprimere ‘insieme’ il proprio istinto artistico in un percorso formativo, che va dalla danza alla recitazione, dalla musica al canto al doppiaggio, a piccoli tentativi di produzione cinematografica, cercando di accompagnarli (per vie non certo facili) verso ‘normali’ risultati professionali. Una sorta di accademia di spettacolo senza barriere culturali, dove l’ideale (a mio avviso) dovrebbe essere quello di non sbattere il mostro in prima pagina, proprio a causa del vampirismo mediatico cui hai accennato, ma di esaltare semplicemente l’unicità espressiva di ciascun essere umano… basta pensare a un Toulouse Lautrec, Michel Petrucciani, Giacomo Leopardi, solo per citarne alcuni. In questa occasione ho potuto approfondire e mettere a completa disposizione (con attenzione e sensibilità) la pedagogia del metodo mimico trasferitami dal mio maestro Orazio Costa Giovangigli, tentando una forma di teatro che ho sempre perseguito: il Teatro di Poesia in forma di Coro. Così è nato nel maggio 2010, il saggio/spettacolo di fine anno “Soffio di forme – de la nova terra”, che ha visto il suo debutto al Teatro Olimpico di Roma: un viaggio nella poesia italiana, da Dante a Petrarca, O. Costa, Pascoli, Luzi e Pavese, un azzardo espressivo vissuto con intima coralità cantata, danzata, parlata… quasi come addestramento a sostenere l’imprevedibilità di ciò che non si conosce o che si ha paura di conoscere.

MarcelloPrayer

Ciascun allievo ha inciso la sua voglia di esistere nella crudeltà dello spazio vuoto, dando vita a paesaggi impensabili. La Bellezza della diversità e delle differenze per un attimo ha soffiato il suo equilibrio. Chissà per quale strano miracolo la definizione di ‘disabile’ e ‘normodotato’ si è così assottigliata fino quasi a scomparire. Ogni ‘difetto’ di fabbricazione si è trasformato in virtù espressiva necessaria e urgente. Qui ho trovato conferma a quanto suggeriva Orazio Costa riguardo la funzione della Poesia: “L’individuo, grazie alla Poesia, ha la rivelazione di una zona del suo essere quanto mai segreta e intensa. E una volta che essa è rivelata, lo spettatore la conserva sempre”. Il Cinema in questa direzione può fare ancora tanto.

Quando Valentina Parente mi ha contattato per invitarmi a dare un contributo alla terza edizione di “Cinethica – energia diversamente rinnovabile” ho sposato la causa e mi è subito venuto in cuore Giuseppe Pontiggia: “Che cosa è normale?... Niente. Chi è normale? Nessuno. Quando si è feriti dalla diversità, la prima reazione non è di accettarla, ma di negarla… Quando Einstein, alla domanda del passaporto, risponde “razza umana”, non ignora le differenze, le omette in un orizzonte più ampio, che le include e le supera. È questo il paesaggio che si deve aprire: sia a chi fa della differenza una discriminazione, sia a chi, per evitare una discriminazione, nega la differenza”. Così ho deciso che per presentare il film di David O. Russell “Il lato positivo”, il miglior contributo potesse essere la lettura di un estratto dal romanzo “Nati due volte” di Giuseppe Pontiggia (da cui Gianni Amelio ha preso spunto per il suo film “Le chiavi di casa”), dove solo la dedica dice tutto: “Ai disabili che lottano non per diventare normali ma se stessi”.

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Hai lavorato anche in televisione. Un aspetto che incuriosisce sempre è l’occhio da spettatore dell’attore, del regista. Cosa non ti piace della televisione di oggi? E perché spesso in Italia, al contrario dell’America per esempio, chi lavora per prodotti televisivi viene poi snobbato dal Cinema?

“Se non si riducesse ‘a volte’ nel fragile apparire e non si basasse troppo sul marketing per confezionare prodotti di largo consumo, forse sarebbe meglio. La televisione oggi è in piena trasformazione, non è più sola a dare informazione, educazione culturale e civile, semplice intrattenimento, deve interfacciarsi con tutti gli altri strumenti della comunicazione e trovare una sua nuova vita, e questo pare essere già in atto: è un linguaggio ancora tutto da scoprire e inventare. Potrebbe essere un’ottima palestra per l’invenzione cinematografica se godesse di più libertà dalle imposizioni di mercato, libertà sia produttiva che espressiva. È un argomento complesso e delicato che meriterebbe un’intima riflessione collettiva.

Il perché spesso in Italia chi lavora da una parte non lavora dall’altra, l’ho sempre trovata una stranezza… fino agli anni settanta questa “snobberia” quasi non c’era o esisteva forse in una forma latente: si passava dal teatro alla televisione al cinema, andata e ritorno, con molta disinvoltura e di nomi se ne potrebbero fare tanti. Credo che dagli anni ottanta in poi questa latenza si sia fatta più presente e abbia determinato questo inutile separatismo di caste, ma anche questo è in cambiamento o alla ricerca di un diverso equilibrio. Il Mediterraneo italiano ha tempi e modi diversi rispetto all’Oceano americano… sono ottimista, saremo capaci di trovare una linea di galleggiamento adeguata”.

Hai una lunga gavetta alle spalle, hai esordito nel 1984 al Piccolo Teatro di Bari. Che ricordi hai di quel momento della tua vita? Sceglieresti anche oggi il mestiere dell’attore?

“Con Eugenio D’Attoma e Nietta Tempesta, le Anime del Piccolo Teatro di Bari, ho debuttato in Teatro con un riallestimento di “In alto mare” di S. Mrożek (scrittore, drammaturgo e fumettista polacco, scomparso da poco) dove c’erano anche Mario Mancini e Mariano Leone… non poteva esserci miglior principio! In qualche modo, la ‘gavetta’ non la lasci mai, potresti ambire a superarla attraverso la gavetta stessa, forse l’Amore che abita la tua prima scelta può portarti verso un’ambizione diversa rispetto a ciò che s’intende a volo per carriera… semplicemente rispondi alla vita con gli strumenti che hai appreso e che affini attraversandola. Sì, potrei scegliere di fare ciò che tento di fare, anche oggi”.

Marco Tullio Giordana

Hai esordito al cinema con Marco Tullio Giordana, un nome che torna spesso nella tua filmografia, con “La meglio gioventù”. Il film racconta trentasette anni di storia italiana e si conclude nella primavera del 2003. Ricordando Gaber, “Io non mi sento italiano ma per fortuna o purtroppo lo sono”, cosa racconteresti dell’Italia di questi ultimi dieci anni trascorsi?

“L’incontro con Marco Tullio Giordana è stato di pari intensità rispetto al fortunato incontro con il maestro Costa. Ho respirato cosa significa ‘fare’ Cinema e mi sento onorato di aver preso parte a quattro suoi progetti, tre di Cinema (“La meglio gioventù”, “Quando sei nato, non puoi più nasconderti” e “Romanzo di una strage”) e uno di Teatro (“The Coast of Utopia” di Tom Stoppard), dopo questa ‘lezione’ vissuta, di primo istinto partirei dalla notizia che mi ha colpito in queste ultime ore, quella dei verbali del 1997, che solo oggi sono diventati pubblici dopo la rimozione del segreto, della dichiarazione fatta dal pentito dei clan dei Casalesi, Carmine Schiavone sui rifiuti tossici in Campania: “… E’ diventato un affare autorizzato, che faceva entrare soldi nelle casse del clan. Tuttavia, quel traffico veniva già attuato in precedenza e gli abitanti del paese rischiano di morire tutti di cancro entro venti anni; non credo, infatti, che si salveranno: gli abitanti di paesi come Casapesenna, Casal di Principe, Castel Volturno e così via avranno forse venti anni di vita!”. Un muto racconto a ritroso, dal 2013 al 1997, sui paesaggi che abbiamo trasformato e violentato a nostro uso e consumo”.

Hai lavorato al documentario “Sguardo dell'Altro - Viaggio in Myanmar” con Alessio Boni e Chiara Magni, il racconto di un viaggio nell’ex Birmania di Aung San Suu Kyi. Anni fa sarebbe stato impossibile pensare di girare in quelle terre a causa delle politiche di chiusura, adesso non più: che difficoltà (anche burocratiche) avete incontrato e qual è la storia che avete cercato di raccontare?

“Sguardo dell'Altro - Viaggio in Myanmar” è la seconda tappa di una serie di documentari sull’operato del CESVI nel mondo, che abbiamo cominciato a realizzare circa due anni fa con il primo viaggio in Zimbabwe, dove il CESVI lavora con campagne di sensibilizzazione contro l’AIDS. In Myanmar (fra le nazioni più povere al mondo, si trova al 146° posto nell’Indice dello Sviluppo Umano su 187, l’Italia è al 24°), invece, abbiamo visitato i suoi progetti di lotta alla malaria e sicurezza alimentare che vanno avanti dal 2001. Ci siamo immersi in un Paese che, come ha scritto R. Kipling, è davvero “un mondo a parte”, dove il tempo sembra essersi fermato ai tempi dell’impero coloniale britannico. Non abbiamo incontrato alcuna difficoltà burocratica, a differenza dello Zimbabwe, dove non potevo riprendere neanche la sua Bandiera… il responsabile Cesvi in Myanmar, Daniele Panzeri, ci ha raccontato che le politiche di chiusura verso qualsiasi forma di influenza esterna, perpetrate per anni, stanno ora lasciando il passo ai primi concreti segnali di democrazia. Lo stesso boicottaggio nei confronti del turismo non viene più praticato, per cui appunto si è resa possibile questa nostra visita, che solo poco tempo fa sarebbe stata impensabile. Abbiamo cercato e sperato di intervistare Aung San Suu Kyi, purtroppo non è stato possibile… però, vivendo per un grappolo di giorni la sua terra e il suo popolo, è come se l’avessimo intervistata ugualmente”.

Aung san suu kyi

“Controra” di Rossella De Venuto è l’ultimo film al quale hai preso parte, un racconto che unisce l’Italia e l’Irlanda. Di cosa parla il film e che ruolo ricopri nella storia?

“La controra è tipica del nostro Sud, sono le prime ore del pomeriggio dove il tempo sembra fermarsi per favorire uno stato di otium, nutrito di apertura, attesa, vuoto, per la comprensione di particolari fenomeni che più muovono il cuore… è il momento in cui possiamo meglio essere abitati dalle visioni. In questo climax si svolge il film, in cui si narra di un’artista irlandese di successo, Megan, che vive a Dublino con il marito Leo, architetto Italiano emigrato in Irlanda anni prima. Alla notizia della morte di Monsignor Domenico, uno zio di Leo, la coppia decide di andare in Puglia per occuparsi dell'eredità: un antico palazzo che l'architetto è deciso a vendere al fratello sacerdote, Nicola. Ma mentre per Leo, il ritorno a casa è ritrovare il contatto con le sue radici, per Megan ha inizio uno strano cammino, fatto di misteriose apparizioni ed eventi, che la porterà a scoprire un mistero irrisolto nella famiglia del marito. il mio ruolo è quello del migliore amico di Leo, Michele, che sarà il primo ad accoglierli in Puglia: il suo primo contatto con la radice che ha lasciato. Il film è di prossima uscita ed è fuori concorso al prossimo Festival Internazione del Film di Roma”.

Sergio Rubini, nel corso dell’ultimo Bif&st, ha riconosciuto la grande difficoltà di questi ultimi anni di crisi: non solo emergere ma soprattutto sopravvivere (“Se avessi un figlio lo spronerei a studiare all’estero”). Tu sei stato allievo di Orazio Costa, regista teatrale e insegnante, e proprio nel corso dell’ultimo Bif&st hai parlato del metodo mimesico. Cosa consiglieresti ad un giovane attore, quali sono i primi passi imprescindibili?

“Consiglierei di dare un’occhiata al “Vademecum per aspiranti attori” di Orazio Costa: “Se sapete che il vostro strumento siete voi stessi, conoscete anzitutto il vostro strumento, consapevoli che è lo stesso strumento che danza, che canta, che inventa parole e crea sentimenti. Ma curatelo come l’atleta, come l’acrobata, come il cantante; assistetelo con tutta la vostra anima, nutritelo di cibo parcamente, ma senza misura corroboratelo di forza, di agilità, di rapidità, di canto, di danza, di poesia, di poesia e di poesia. Diverrete poesia aitante, metamorfosi perenne dell’io inesauribile, soffio di forme,  determinati e imponderabili,  di tutto investiti, capaci di assumere e di dimettere passioni, violenze, affezioni, restandone arricchiti e purificati…  tesi alla rivelazione di ciò che l’uomo è: angelo della parola, acrobata dello spirito, danzatore della psiche, messaggero di Dio e nunzio a se stesso e all’universo di un se stesso migliore”.

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