A- A+
PugliaItalia
Patrizia Rossini Nina e l'amore violento

di Antonio V. Gelormini

“Punto e a capo …in nome dell’amore”, un libro di successo, che ha avuto il pregio di incrociare la sensibilità contingente verso un tema delicato come quello del ‘femminicidio’, ma che diventa strumento-contributo efficace per stimolare il dibattito sulla violenza, quella in senso lato, da sempre subita dalle donne. Il contrasto delle scarpe rosse con i piedi nudi, in bianco e nero, della copertina del libro - edito da Gelsorosso - ne sintetizza l'efficacia espressiva, la testimonianza della riflessione e l'eleganza nella scrittura.

Patrizia Rossini, una vita dedicata alla pedagogia per poi approdare alla didattica. Docente di docenti. Tre libri di successo ("Travolta da uno tsunami", "Testi per tutte le teste" e "Punto e a capo" - ndr), tutti premiati, il più recente: Terzo posto al Premio Letterario Internazionale Mondolibro  

Chi è Nina e chi sono i protagonisti che la raccontano?

R. Nina è una donna che si racconta e viene raccontata dall’età di due anni sino ai quarantacinque, una bimba, una ragazzina, un’adolescente, una giovane donna che vive varie forme di violenza, da quella fisica, a quella sessuale, a quella psicologica perpetrate da persone, per lo più uomini, in nome di un amore evidentemente malato. La raccontano a più voci, la cugina, lo psicologo, la dirimpettaia, la compagna di scuola, la collega, che vivono Nina per un tratto della sua vita e spesso sono testimoni inconsapevoli delle violenze da lei subite.

Un libro al femminile: scritto da una donna, parla di una donna e delle donne, edito da una donna. Provo a rimanere nel contesto e faccio ricorso a una grande donna della danza, Sylvie Guillem, per cogliere uno dei messaggi forti del romanzo. Sylvie rappresenta, in qualche modo sul palcoscenico coreografico, la trasgressione intelligente (non la disubbidienza fine a se stessa). Le sue innovazioni nella danza erano considerate una sorta di bestemmia dai tutori della disciplina tradizionale. Il suo motto: “Non perché non si sia mai fatto, non si possa fare”.

Rossini firma
 

Tanta violenza commessa  “…in nome dell’amore”, la deriva (o devianza) dal principio che l’Amore è sofferta creazione. Possiamo dire che la forza del romanzo proviene proprio dal quel “Punto e a capo”, deciso e messo in atto “…in nome dell’amore”?

R. Il titolo del romanzo ha una duplice lettura: è un punto e a capo perché Nina nella sua vita continua a subire la reiterazione di varie forme di violenza in nome di un amore che amore non è. Ed è un punto e a capo perché in età adulta, dopo un lungo percorso di sofferenza, Nina riesce a mettere un punto e andare a capo in nome di un amore assoluto, vero, tutto da scrivere su una pagina bianca, nuova. La forza del romanzo è la forza di Nina, di una donna che sviluppa, strada facendo, una forma di resilienza come poche. I colpi che inesorabilmente le vengono inflitti perché si fida e continua a fidarsi, non la distruggono, la fortificano, le danno una forza sempre più determinata, sempre più sfrontata, a sfidare il mondo, nonostante tutto. Nel capitolo dedicato al suo racconto allo psicologo, lo stesso medico si sofferma a riflettere su come sia possibile che una donna che subisce tali violenze non abbia innescato un processo di autodistruzione, come non fosse diventata una prostituta o non avesse cominciato a drogarsi, come normalmente accade. E se il motto di  Sylvie Guillem è “Non perché non si sia mai fatto, non si possa fare”, il motto di Nina è “ Tutto si può, basta volerlo”, che con parole diverse è un po’ lo stesso messaggio.

Quanto nella dinamica del dramma di una vita che, negli inaspettati risvolti dell’imponderabile, apre alla speranza, è un tracciato già percorso nello “tsunami” del libro precedente?

R. “Travolta da uno tsunami” è un libro autobiografico, la storia vissuta di una diagnosi di tumore e del suo percorso di guarigione, in cui emerge preponderante che la speranza, anzi la ferma convinzione che con la forza interiore, quella vera, quella capace di cambiare gli eventi, si può guarire. Sono tanti gli studi che confermano questa possibilità. Come dice un proverbio, che però difficilmente viene messo in atto, “ la speranza è l’ultima a morire”. In Punto e capo… in nome dell’amore, c’è la volontà di dimostrare che non sempre il destino è segnato, che si può cambiare il percorso del treno della vita, che non si può subire di essere messe nell’ultimo vagone, sporco, con i finestrini oscurati, in un angolo, rannicchiate a stringersi per contenere il dolore, ma che si può scegliere il treno, la sua direzione, il vagone e godere della vista dei paesaggi che si attraversano. Bisogna crederci sempre.

Rossini Gelormini
 

Da Edward Hopper, poeta su tela della “vita accartocciata”, a ‘La corsa’ sulla spiaggia delle due “ciccione” di Pablo Picasso: “Qualche decennio per essere Picasso, ma una vita per disegnare come un bambino”.

Picasso lacorsa
 

Nina riesce a riprendersi quanto le è mancato, anzi, quanto le è stato negato da bambina?

R. Aveva accumulato un vuoto profondo.  Fino al centro della terra. E ce ne sarebbe voluto di tempo per colmarlo. Anzi avrebbe tentato di colmarlo. Forse. È il concetto che viene riproposto in ogni capitolo, un mantra che si ripete per sottolineare il vuoto che si apre in una donna che subisce tutto quello che vive Nina. Avrebbe tentato di colmarlo. Forse. Forse perché in realtà, nonostante la speranza che la anima in ogni momento di vita, spesso inconsapevolmente, nonostante la resilienza che matura lungo la strada che percorre, quel vuoto Nina, non riuscirà a colmarlo, purtroppo. L’amore genitoriale è insostituibile e nulla può colmarlo. Questa la realtà dei fatti, ma ciò non vuol dire che non bisogna combattere perché quel vuoto si riduca sempre più.

Abbiamo detto che “Punto e a capo” è un romanzo. Il dramma non sfocia in tragedia, ma forse è raccontato, in forma moderna, come una tragedia greca. L’io narrante che si moltiplica nel racconto plurale dei protagonisti, con l’incipit portante che si ripete come un coro (nella più classica tradizione teatrale) e col finale che approda proprio in Grecia. Cosa ne pensa?

R. Quando si scrive, si romanza, non si studiano tutti questi possibili ed eventuali riferimenti a opere teatrali, a grandi autori, si scrive. Solo dopo, quando il testo è completo, si può analizzare il percorso fatto e magari studiare le motivazioni che hanno spinto l’autore a strutturare il racconto in un certo modo. Spesso sono proprio i lettori o i giornalisti a far notare alcune somiglianze con opere esistenti. Sì, in questo caso la struttura del romanzo ha molto della tragedia greca, il  corifeo a supporto del racconto dell’attore principale. Le persone che vivono Nina in un pezzo di vita, a supporto del suo racconto personale. Il finale in Grecia, non è studiato, è l’epilogo a lieto fine legato  alla bellezza di Othonoi, a quello che io definisco il paradiso terrestre.

Rossini Palone
 

Trovo straordinariamente incisive, nella leggerezza della loro espressione descrittiva, le immagini “Quando mi consegnò la chiave della sua stanza più profonda... lasciandomi abitare dentro di lei”, i ricordi “coriandoli della sua vita da spargere all’Inferno”, così come tra i tanti passaggi, dove ognuno riconoscerà frammenti della propria vita o della propria infanzia, qualcuno come “il pranzo domenicale dalla zia” o “le letterine di Natale” mi rimandano a ricordi-spunti per mille altre riflessioni.

Sono patrimonio di Nina, certamente, ma quanto è attinto dalle esperienze indirette, ascoltate e condivise nel variegato mondo della scuola e quanto proviene dal vissuto di Patrizia Rossini?

R. Tanto, tantissimo, nulla si inventa. Quando si scrive, si rielaborano, si intrecciano realtà vissute direttamente o indirettamente, ma conosciute. Questo romanzo è uno spaccato di vita vissuta da tutte le Nina del mondo.

Rossini Ligabue
 

Per finire, due divertissement: almeno in un paio di passaggi del romanzo ci sono frasi di canzoni di Ligabue e di Jovanotti, mentre a me - durante la lettura - tornavano in mente le note del capolavoro di Fabrizio De Andrè “Ho visto Nina volare”, scritta con Ivano Fossati (un’altra storia d’amore “sofferto”, di oppressione paterna e di poesia di libertà). E’ l’indole didattico-pedagogica che riaffiora inesorabile, prima di spingerla a seguire l’ultimo concerto di Ligabue a Pescara?

R. Da qualche anno ho iniziato a seguire in modo più costante alcuni cantautori italiani, ascoltando per ore le loro canzoni e  soffermandomi in modo più approfondito sui messaggi che vogliono dare. E, come succede quando impari una nuova lingua, quando cominci a pensare nella lingua diversa da quella con cui hai sempre formulato i tuoi pensieri, così, conoscendo bene le parole e il significato di quelle parole nei contesti delle canzoni, mi tornano in mente a supporto di concetti che voglio esprimere. Ligabue  e Jovanotti danno spunti notevoli se non ci si ferma ad un primo livello di ascolto. Se dovessi scrivere ora il mio romanzo, ci sarebbe una nuova canzone di Ligabue che fotografa lo stato di Nina, Il volume delle tue bugie, quando dice: E continui a dire al mondo che ogni uomo vale un altro e arrotondi per difetto ma ci fai un altro salto i tuoi salti nel tuo vuoto dici tu meglio di niente troppo sola troppe volte troppe volte troppa gente….. e tu oramai sei dura dentro molto più di quel che basta non ti possono far niente, niente amore niente guasti… Seguire Ligabue nei suoi concerti è diventato per me, un must.

La controversa passione analitica, mi fa notare che a parte il primo amore adolescenziale, Andrea, le successive esperienze - quelle che segnano profondamente la vita di Nina - Mario, Marco e Mimmo hanno tutti la stessa iniziale di Matteo, il fratello all’origine dei controversi affetti familiari. Mentre l’approdo finale dell’amore che riscatta una vita, Nicolò, ha la stessa iniziale di Nina.

C’è un filo o una chiave narrativo/a in tutto questo?

R. Anche in questo caso è una riflessione che si può fare a posteriori. Anche i nomi delle donne che accompagnano Nina nel racconto cominciano con M, tranne due. Una giornalista in un’intervista recente  ha ipotizzato che la scelta di nomi che cominciano con M fosse legato alla mancanza della mamma che è determinante nella storia di Nina, come se in tutte le figure che raccontano Nina ci fosse un po’ di quella mamma che non c’è stata. Mah, non so sinceramente, la mia è stata una scelta casuale, ho cercato a caso, nomi che cominciassero per M senza un motivo apparente.

(gelormini@affaritaliani.it)

Iscriviti alla newsletter
Tags:
rossinininaviolenzadonnefemminicidioamoregelsorosso
i blog di affari
la nomina dell'esperto per il risanamento aziendale (2)
Angelo Andriulo
Porto di Trieste, sgombero con gli idranti: il "potere" che spegne la rivolta
L'OPINIONE di Diego Fusaro
Meglio praticare sport o fare una dieta?
Anna Capuano
i più visti


Testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Angelo Maria Perrino - Reg. Trib. di Milano n° 210 dell'11 aprile 1996 - P.I. 11321290154

© 1996 - 2021 Uomini & Affari S.r.l. Tutti i diritti sono riservati

Per la tua pubblicità sul sito: Clicca qui

Contatti

Cookie Policy Privacy Policy

Cambia il consenso

Affaritaliani, prima di pubblicare foto, video o testi da internet, compie tutte le opportune verifiche al fine di accertarne il libero regime di circolazione e non violare i diritti di autore o altri diritti esclusivi di terzi. Per segnalare alla redazione eventuali errori nell'uso del materiale riservato, scriveteci a segnalafoto@affaritaliani.it: provvederemo prontamente alla rimozione del materiale lesivo di diritti di terzi.