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« Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi…E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo… »

(don Mariano Arena al capitano Bellodi)



 

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Dalle pagine del libro “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia al linguaggio pittorico di Luigi De Giovanni. L’espressione idiomatica “Quaquaraquà” che lo scrittore siciliano fa pronunciare a don Mariano al Capitano Bellodi diventa il titolo di una serie di lavori attraverso i quali l’artista specchiese continua la sua ricerca stilistica con uno sguardo sulla realtà e sulle cose del mondo. In fondo l’opera d’arte, in quanto atto comunicativo per eccellenza, può non tenere conto dei sentimenti, del disagio e dei tormenti di un individuo in cui è possibile riconoscersi? Il linguaggio dei colori incrocia e contamina quello delle parole.

Già “le parole sono pietre” scriveva Carlo Levi, nel romanzo omonimo racconto di tre giorni in Sicilia, una terra emblema della civiltà contadina da guardare senza pregiudizi ma con amore nonostante i mali che la avvelenano da sempre. Carlo Levi nel 1955 raccontava di Salvatore Carnevale, un bracciante agricolo sindacalista ucciso dalla mafia per aver lottato contro gli interessi dei latifondisti che annientavano i diritti dei contadini.

Leonardo Sciascia con il suo romanzo è il primo scrittore a parlare di mafia negli anni Sessanta mostrando ad un paese intero connivenze e meccanismi di un’organizzazione criminale la cui esistenza veniva negata. Ne svela i delitti e la connessione con il potere politico e celebre la divisione degli uomini in categorie, a seconda di quanto si piegano alle necessità facendo finta di non vedere, in uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… I quaquaraquà si trovano al gradino più basso e “dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre…”.

Da queste pagine esemplari Luigi De Giovanni ha tratto spunto per realizzare otto lavori, e tessere con essi la trama di un racconto che descrive l’insana abitudine al vuoto chiacchiericcio che alimenta il pettegolezzo, la maldicenza o copre misfatti quando non si traduce in omertà. Assecondando la propria cifra stilistica e con le tecniche a lui care aggredisce la tela passando dai gocciolamenti e gli spruzzi alle macchie essenziali alla scrittura con la sovra iscrizione di quaquaraquà, parola chiave ed elemento di denuncia contro le parole che pesano come macigni e sanno ferire con segni invisibili perché le cicatrici sono nell’anima.

Le macchie di colore sulla tela, ma anche sul retro, dalle declinazioni del grigio al bruno, vogliono rimandare il pensiero al potere di maldicenze e categorizzazioni. Le screpolature di calce sulla tela rimandano alle pareti casalinghe che si sgretolano diventando crepe non solo sui muri ma segni di tristezza e di disfacimento di ideali e sogni.

E’ una società sempre più in crisi quella in cui predominano non gli uomini ma i quaquaraquà denuncia l’artista che dalle tracce e dalle macchie finisce poi per passare al monocromo rosso che tinge completamente lo spazio pittorico perché le parole hanno annullato la stessa superficie, non c’è più niente da dire quando la dignità umana è stata offesa, calpestata, umiliata. Quando a prevalere sono state le azioni che limitano la libertà dell’individuo. I colori diventano rappresentazioni di stati d’animo: dal tormento alla speranza alla voglia di ricominciare il passaggio è dal nero al rosa e al giallo una chiara evocazione del sole sotto la cui luce dovrebbe avvenire tutto. Tranquillamente.

Ma il mondo, purtroppo, continua a tingersi di ombre scure. Ombre che come macchie infangano la credibilità delle persone bersaglio dei quaquaraquà. Ma una via d’uscita c’è ed è la ribellione. L’autore si ribella e denuncia con forza quello che giuridicamente è il reato di diffamazione, si ribella al potere sommerso della criminalità che si rafforza laddove manca la cultura della legalità e l’onestà intellettuale. Allora ecco che il suo gesto pittorico si fa scrittura seriale in un quaquaraquà ripetuto, sulla tela, quasi urlato perché solo la voce – qui linguaggio visivo - che spezza il silenzio può intaccare il sistema e spezzare la complicità assurda che dalla violenza genera sempre e solo altra violenza.

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