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Diciamolo subito, per evidenziare l'unica e autentica nobiltà di sentimento paterno, nel coacervo di blasoni immorali, facili costumi e abitudini libertine, non c'era bisogno di togliere o smussare la "gobba" a Rigoletto.

L'apprezzabile regia di Denis Krief, che al Teatro Petruzzelli di Bari ha presentato la sua versione del capolavoro di Giuseppe Verdi, spoglia il buffone di corte di ogni nota giullaresca e di ogni segno di disagio. Certo, la corte non é più quella di Mantova, ma così facendo é come se privasse il protagonista del lavoro di Victor Hugo di ogni riflesso drammatico. In tal modo,  il Rigoletto che non "trascina" più se stesso, non riesce a trascinare - di conseguenza - nemmeno lo spettatore.

Peccato, perché le intuizioni sceniche di Krief rendono interessante ed efficace questa versione contemporanea del Rigoletto. Una versione leggera nelle dinamiche teatrali, e funzionale all'esaltazione delle voci e dei caratteri di scena. Scomposte e ricomposte nei giochi scenografici dei box, portati in primo piano, che a loro volta diventano speciali "nicchie armoniche": capaci di migliorare anche gli effetti acustici del canto.

Ma Rigoletto deve marcare le sue imperfezioni, per meglio esaltare la bellezza che custodisce nell'intimo geloso di uno smisurato amore paterno, e nello scrigno insicuro di una stanza con troppe chiavi: quello per la figlia Gilda, l'unico affetto e prodotto orgoglioso di un'esistenza misera, sofferta e necessariamente beffarda.

Hugo prima e Verdi poi ne erano ben consci, tanto che a un'attenta analisi il vero librettista dell'opera potrebbe essere considerato lo stesso Maestro di Busseto. Che aveva fatto proprie le riflessioni esplicative del drammaturgo francese e già all'epoca delle diatribe con la censura austriaca a Venezia, teneva testa al tentativo di trasformare "il dramma originale potente,  in una cosa comunissima e fredda".

A rendere cattivo Triboulet/Rigoletto é l'essere deforme, malato e buffone di corte. Unica condizione che gli consente di essere sfrontatamente spietato verso l'intera corte - Duca compreso - e che gli costerà la tremenda maledizione di Monterone, ferito nei medesimi affetti che alla fine saranno a lui stesso fatali.

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La forza della sua lingua: pungente, tagliente e letale, come lo stilo di Sparafucile ("Pari siamo!... io la lingua, egli ha il pugnale: canta Rigoletto), é radicata nella sofferenza del personaggio. Incattivito dalle traversie e assillato dalla gelosa difesa del suo unico tesoro. Rabbia focosa e travolgente, che talvolta l'acceca fino a fargli deridere i sentimenti rivendicativi di un altro padre, tesi a difendere l'onore della figlia, leso insieme a tanti altri dalla disinvoltura libertina del Duca di Mantova. Da qui la fatidica: maledizione!

La musica di Verdi, i duetti, i declamati e l'intero libretto di Piave, ispirato a "Le Roi s'amuse" di Victor Hugo, vogliono rappresentare i vizi e le virtù umane: la vita, l’amore, la morte, il potere, le vanità, le rivalità, le beffe e le maledizioni. In poche parole la bellezza, non sempre coincidente con gli standard di “perfezione”, di ogni aspetto umano.

Un taglio che la direzione del maestro Carlo Rizzari, talento di corte di Antonio Pappano, é riuscito ad imprimere con eleganza e signorilità all'esecuzione dell'Orchestra del Teatro Petruzzelli, a cui si combina la riconfermata performance del coro guidato da Franco Sebastiani.  Una cornice e un contesto armonico, che evidenziano la padronanza del timbro verdiano di Stefano Antonucci (Rigoletto), e la vivacità vocale di Fabrizio Paesano (Il Duca di Mantova) e di Mariangela Sicilia (Gilda).

(gelormini@affaritaliani.it)

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