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Rilancio produttivo, quale modello a Taranto?

di Guglielmo Tarantino

Noi occidentali, e soprattutto noi italiani, siamo una società di ottimisti :siamo convinti in fondo che a tutte le cose c'è rimedio (tranne come dice il proverbio alla morte). L'ottimismo ha diverse forme dal provvidenzialismo all'idea che ogni cosa ha un perchè, alla fiducia nella scienza di matrice positivistica.

Una fiducia nel futuro tanto immotivata quanto diffusa e  riguardante settori diversi e persino contrapposti della società: peggio ancora nella cultura di sinistra che nel suo ottimismo, per il quale le buone intenzioni facevano aggio su tutti gli aspetti della realtà, un tempo si era giunti ad immaginare l'esistenza di un "errore provvidenziale": ovvero l'esistenza di una direzione di marcia ineluttabile nella storia, che consegue i risultati positivi nonostante o addirittura grazie ai nostri errori ed alle nostre incapacità di comprensione.

Può darsi. Ma non sempre è così. Ci sono scelte che vanno operate correttamente ed in tempo; non sempre le società e gli uomini trovano la loro strada: a volte periscono, scompaiono, e non rimane nulla.

Nella città di Taranto, per esempio, se continueremo ad essere divisi tra chi immagina un futuro non troppo dissimile al presente, con qualche aggiustamento ma ..insomma .........e chi propone la cesura immediata con la storia degli ultimi 100 anni, tra le ragioni dell'ambiente e quelle del lavoro, ritenute nei fatti inconciliabili, la soluzione non verrà trovata.

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La manifestazione promossa dagli industriali tarantini, dell'altra mattina ne è una riprova. Industriali ed una parte dei lavoratori della città pongono il tema del rilancio produttivo: ma in quale direzione? Il vecchio modello industriale? - certamente, per quanto possibile, ambientalizzato? – ma insomma.......La ripresa dell'attività edilizia in termini di espansione della città e superamento dei limiti attualmente in vigore? Tutto questo non ha ormai un futuro perchè l'asse su cui si muoveva quel modello di sviluppo ha preso altre direzioni : a Taranto potremo, forse dovremo, ancora per un po' convivere con la siderurgia, ma sappiamo tutti che questo non è il futuro, come non lo è la raffineria.

Ma non lo è neppure l'idea che ci possa essere una riconversione immediata in senso turistico della città o immaginare, come pure qualcuno ha detto non so quanto con chiarezza di idee, che nei prossimi venti anni Taranto possa vivere facendo le bonifiche del teritorio inquinato. Non è così, non è mai così: è una questione di numeri, ma soprattutto di prospettiva, nessuna bonifica trova le risorse per essere eesguita, se non c'è un progetto che comprenda il nuovo utilizzo, è una legge della natura prima ancora che dell'economia.

Ed intanto la città dove và? Taranto lamenta di essere stata sacrificata agli interessi più generali del Paese e di aver sempre subito scelte operate altrove? Non è del tutto vero, come sappiamo il IV centro siderurgico fu fortemente voluto dalla città. Se quello stabilimento è stato costruito nel modo che sappiamo, ovvero con la parte più inquinante attaccata al quartiere Tamburi, fu colpa delle Partecipazioni Statali, ma anche del fatto che nel momento della decisione prevalsero alcune cordate d'interesse della proprietà fondiaria, che aveva i suoi motivi per realizzare lo stabilimento lì e non altrove.

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Negli anni settanta del secolo scorso terminato il raddoppio, la città, perlomeno quella parte che era più avvertita, cominciò ad essere consapevole del fatto che si era imboccata una strada senza prospettiva e che il danno per l'ambiente e la salute sarebbe stato insopportabile.Nella impostazione della “Vertenza Taranto” il tema non era soltanto di dar risposta alla disoccupazione di ritorno, - soprattutto edili – dopo la costruzione dei nuovi impianti, ma la necessità di comiciare da subito ad ipotizzare un diverso modello di sviluppo.Molte idee furono messe sul tavolo ma non si approdò praticamente a nulla per le spinte contrapposte e per i veti incrociati che nacquero nella città, per effetto di interessi diversificati. Prevalse chi non voleva il cambiamento.

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Di quella stagione, che fu l'ultima nella quale la città ha tentato di cambiare la propria storia, poco rimane: un migliaio di abitazioni costruite in vari centri della provincia, la diga sul monte Cotugno che è tuttora una delle maggiori fonti di approviggionamento idrico della Puglia, ma che doveva essere accompagnata da opere ed infrastrutture per portare l'acqua nelle campagne, in gran parte mai messe in opera ed abbandonate, un rudere sul Mar Piccolo dove doveva sorgere un allevamento ittico – per altro su un territorio che dovrebbe essere tutelato e valorizzato.Tutto qui.

Ma a quel tempo la siderurgia era in crescita e costituiva una speranza, la speranza che l'accumulo di nuove risorse economiche, la crescita della tecnologia avrebbe garantito non solo la continuità dello sviluppo ma avrebbe creato le condizione per compatibilizzare la fabbrica con il territorio circostante. Oggi lo scenario è del tutto diverso ed ancora una volta non è definita la prospettiva.

Non mancano proposte ed idee ma esse devono essere articolate e armonizzate, devono essere complementari, perchè nessuna di esse ha , da sola la capacità di risolvere la complessità di una città che tuttora è la terza dell'Italia Meridionale: occorre tentare di costruire il futuro e quando si parla di cultura della città non bisogna solo pensare alla valorizzazione delle antiche vestigia della nostra storia - magari pure  - ma cultura è anche adeguatezza delle classi dirigenti, capacità di formulare progettualità adeguate. Mi ripeto: Taranto ha il dovere di provarci, ma deve essere consapevole che nessuno potrà corregere e rimediare ai suoi errori.

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