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Salento, don Vittorio e i giorni della merla

di Rocco Boccadamo

Fine gennaio: a Marittima, Basso Salento, pare sia arrivata la “merla”, che, com’è noto, in questo periodo trovasi tradizionalmente di casa al Nord, raffigurata come portatrice delle temperature più basse dell’anno: cielo soleggiato, ma termometro oscillante, almeno di buon mattino, fra i tre e i quattro gradi.

Una vera e propria meteora climatica, perchè ad avere la meglio ben presto è un'intensa pioggia e un’atmosfera ovattata di grigio.

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Condizioni del tempo a parte, sul fronte del mio sentire (e volere), ha finalmente raggiunto la maturazione, il proposito di porre mano a penna, carta e computer per rievocare la figura di un preclaro personaggio del paese natio, il quale, da un bel pezzo, non c'è più e, tuttavia, la sua presenza si avverte idealmente ancora oggi: ciò, non soltanto grazie alla via pubblica che l’amministrazione comunale ha intitolato al suo nome.

Vittorio Boccadamo, classe 1918, appena un anno in meno rispetto a mia madre, uno dei quattro figli del maresciallo della Regia Marina Costantino - cugino in primo grado del mio nonno paterno, ma si consideri che il cognome è  fra i più diffusi a Marittima - e della delicata e dolcissima Domenica (detta Mmimmi) Arseni.

Ovviamente, chi scrive, nato nel 1941, non ha potuto conoscerlo - e, tantomeno, quindi, ha agio di ricordarselo - con riferimento al periodo della sua fanciullezza e adolescenza, mentre, sin dai germogli dell’intendimento e della percezione, ha saputo che il personaggio compaesano aveva scelto di diventar prete, conseguendo in parallelo anche la laurea scienze matematiche, e svolgeva funzioni d’insegnamento e educative nel Seminario Regionale di Molfetta

Le  prime occasioni di vederlo di persona risalgono alle stagioni estive degli anni Cinquanta, quando il giovane sacerdote, in ferie ma sempre rigorosamente in abito talare, accompagnato di solito dalla sorella minore Bianca, la quale era ancora nubile e abitava insieme con i genitori a Marittima,  scendeva, dal paese, al mare dell’anima dei marittimesi, l’incantevole insenatura Acquaviva, per prendere, così si diceva in quell’epoca, qualche bagno.

Rammenta, l’osservatore di strada in erba, le scherzose osservazioni rivolte da Bianca al fratello, mentre lo esortava a bagnarsi, perlomeno nella “rena dei ciucci”, vale a dire la prima parte d'acqua, bassissima, della rada,  al fine di “scrostare, dagli arti inferiori, l'umidità della stagione invernale pregressa”, parole che non mancavano di suscitare ilarità.

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Ulivo secolare
 

Don Vittorio denotava una profonda cultura generale e una radicata passione per la ricerca storica, in campo religioso e sociale, ricerca protesa, specialmente, alla riscoperta e alla valorizzazione del passato, con indirizzo sia alla località nativa di Marittima, sia all’archidiocesi di Otranto, al Salento e alla Puglia.

In aggiunta, si distingueva per il carattere eccezionalmente equilibrato, proteso in ogni situazione all'obiettivo dell’armonia, gli occhi e il volto impostati al sorriso, una parola buona e leggera per tutti, mai che mancasse la confidenza della sua ferma convinzione che, in fondo, componendo le cose, qualsiasi difficoltà potesse essere rimediata e superata.

Insomma, spiccata capacità di diffondere il sapere e, insieme, di praticare, per spirito d’altruismo e di servizio, l’arte della mediazione: sempre, con semplicità d’animo e di stile.

Intorno ai cinquant’anni, i genitori diventati anziani e rimasti soli dopo il matrimonio di Bianca, il religioso si convinse e determinò a far ritorno nella casa natia, al paesello. E, però, non se ne stette neppure un attimo in panciolle, non sentendosi, dentro, né in pensione né a riposo.

Agli inizi, si occupò, nel ruolo di rettore, del Santuario della Madonna di Pompei a Castro Marina, ponendosi alla guida spirituale del relativo piccolo nucleo di abitanti; in parallelo, prese a far su e giù dalla Curia di Otranto, intensificando la già ricordata e innata vocazione per le ricerche d'archivio, e, di riflesso, attese alla scrittura.

Numerosi i libri pubblicati, nell’arco temporale dal 1966  al 1995, su tematiche ruotanti, in prevalenza, sulla storia di comunità, paesi, siti e caratteristiche del Salento:

-      Castrì sacra;

-      Nella Contea di Castro – Diso, ricerche storiche;

-      Guida di Castro. La città, il territorio, il mare e le grotte;

-      Terra d’Otranto nel Cinquecento. La visita pastorale nell’archidiocesi di Otranto del 1522;

-      Marittima. Ambiente e storia;

-      Marittima ricorda il primo centenario del suo camposanto (1893-1993).

Dopo l’esperienza pastorale a Castro Marina, ottenne l’incarico di parroco nella natia Marittima, prendendo possesso della chiesa di San Vitale Martire dove era stato battezzato.

Qui, fra l'altro, Don Vittorio, volle introdurre, alla domenica dei mesi estivi,  la consuetudine d’integrare le celebrazioni nelle chiese del paese con una Messa vespertina nei paraggi dell’ Acquaviva, precisamente all’interno della sua marina dell’Acquaviva.

Per chiesa, un pianoro di terra rossa, l'altare, allestito e posizionato ai piedi di un secolare albero di carrubo, la mitica “cornula”, giustappunto, della marina di don Vittorio, pianta che svetta anche adesso: viva, vegeta, verdeggiante, rigogliosa, quasi monumentale, come, per la milionesima volta, ho avuto il privilegio di ammirarla in una bellissima giornata fredda e soleggiata. Per la verità, ho soffermato lo sguardo non solamente sulla “cornula”, ma anche sul mitico seno “Acquaviva”, sottostante a pochi metri  di distanza, già antico sito delle abluzioni di don Vittorio.

Nel corrente periodo, la sua naturale solitudine, rende il luogo particolarmente pieno di fascino, toccante e penetrante.

Ritornando a don Vittorio, un sorriso per tutti, in taluni momenti, io ho l’impressione di vederlo ancora girare a bordo della sua Fiat 850 beige.

Oltre alle relazioni intrattenute durante tutto l'arco dell'anno con le più svariate categorie di persone, nei mesi estivi, alla marina, egli riceveva la visita di politici, uomini e donne importanti, scrittori e accademici, imprenditori, richiamati dalle sue doti intellettuali, abbinate alla particolare dolcezza di carattere, alla delicatezza nel tratto, alla grande capacità di equilibrio e saggezza: senza protocollo né cerimonie, il terrazzo della sua villetta diventava agorà per incontri fra amici.

Don Vittorio, proprio per il fatto che dava affidamento a tutti, anche a coloro che non la pensavano come lui, nel 1975, fu scelto per dirimere  i differenti punti di vista dei maggiorenti delle comunità di Marittima, Diso  e Castro, circa le attribuzioni territoriali all’atto dello scorporo, dal Comune di Diso, della frazione di Castro, che aveva chiesto e ottenuto l’autonomia  amministrativa.

In pratica, egli disegnò i confini del feudo che, a suo parere, era equo assegnare alla località che andava ad assumere la veste di comune autonomo, riuscendo alla fine, con pazienza e fatica, a mettere tutti d'accordo. Fra i contrasti e le rivendicazioni nell’ambito di quella pratica, in particolare, i rappresentanti di Castro chiedevano che l’insenatura Acquaviva fosse conferita alla loro nuova realtà autonoma, ma don Vittorio li convinse a rinunciare a tale pretesa e  il sito rimase di pertinenza di Marittima: quest’ultima particolare vicenda e l’esito ottenuto da don Vittorio, si potrebbe definire alla stregua di un vero e proprio gesto d'amore dell’uomo per il suo paese natale.

Durante la parentesi di parroco a Marittima, don Vittorio, a un certo punto, pensò di far realizzare una torre campanaria della chiesa matrice meno risicata e precaria di quella preesistente e, dovendosi spendere una somma non indifferente, chiese a ciascuna famiglia di partecipare con un’offerta a piacere.

Poi, per una serie di ragioni, il progetto non si potette condurre in porto, al che, il promotore, in assoluta trasparenza, non esitò a restituire ai fedeli i rispettivi contributi.

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Gli anni scorrevano anche per don Vittorio, gli anziani genitori Costantino e Mmimmi  se n’erano andati e, nel 1964, appena quarantenne, era mancata pure la sorella Bianca, un po' di acciacchi incominciarono a giungere anche in capo a lui, gli toccò sottoporsi a cure e, talora, a ricoveri in ospedale: ciononostante, il suo spirito e la sua  gioviale figura si mantenevano però inalterati.

A migliore tutela della sua salute, don Vittorio, saltuariamente, prese anche a recarsi a Roma, dove si appoggiava presso la sorella Pippi e i diletti nipoti, ivi abitanti.

Proprio nella Capitale, ultima tappa della sua carriera lavorativa, lo scrivente ricevette una telefonata da parte di uno degli anzidetti nipoti: - Sai, Rocco, da un po' di giorni abbiamo qui lo zio Vittorio, stavolta sembra combinato un po' male, si trova ricoverato al “Sandro Pertini “ -.

Al che, divenne breve la sosta a tavola per il mio pranzo, sebbene ricorresse una grande festività.

E, giammai dimenticherò il primo pomeriggio di quella domenica soleggiata e tiepida, di corsa in macchina ad attraversare gran parte della Città Eterna per recare un saluto al mio compaesano, insolitamente, lungo il percorso, sembrava non ci fosse anima viva, sicché il viaggio si compì rapidissimo.

Raggiunto il nosocomio e il reparto indicatomi dal nipote, chiesi di essere accompagnato alla stanza del degente, ma, in quel momento, fui raggelato dallo sguardo dell’infermiere, che dapprima esitò a darmi una risposta e, poi, fece piano: “ Guardi che don Vittorio non è qui, è spirato da poche ore, le sue spoglie sono nella camera mortuaria”.

Non mi fu data la possibilità di vederlo, né di assistere, alcuni giorni dopo, alle sue esequie a Marittima.

Il calendario segnava 7 aprile 1996, Pasqua di Resurrezione.

Ciao, don Vittorio, insignito, nel 1988, del titolo onorifico di Prelato Domestico (ora, si dice Prelato d’Onore) di Sua Santità.

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