Il fattore "F" e la Chiesa del Terzo Millennio

Il mio amico, abituato ad anticipare il pensiero comune, mi cita Prezzolini e la sua drastica divisione degli italiani in “furbi” e “fessi”. Ma se guardo il movimento viscido e scomposto, di nuovo in atto nella turrita anfora troiana, mi accorgo che all’analisi manca il terzo segmento della F, quello più lungo: i “farisei”.

Lo schieramento più oltranzista, che già ai tempi del Gesù di Nazareth faceva dell’intransigenza il baluardo solenne, dentro e fuori le mura del Tempio, all’ortodossia della tradizione formale e agli insegnamenti e predicazioni innovative del giovane rabbi, a cui non riuscivano a tener testa, mentre senza clemenza ne smascherava le concrete contraddizioni.

Sulla collina dauna i segni di un’azione concertata sono da tempo evidenti, tutti tesi a perpetuare un passato nostalgico, incapace di tenere il ritmo o di dare il tempo ad una quotidianità da Terzo Millennio. La stessa con la quale si confronta, abbraccia e tiene per mano la semplicità rivoluzionaria di Papa Francesco. Il venire allo scoperto di un cosiddetto Comitato pro Diocesi di Troja, è solo l’ennesimo pervicace tentativo di mantenere fermo lo sguardo all’indietro,  nell’illusione onnipotente di riuscire a sfatare il processo profetico della fissione in statue di sale.

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Il fattore "F" e la Chiesa del Terzo Millennio

Il mio amico, abituato ad anticipare il pensiero comune, mi cita Prezzolini e la sua drastica divisione degli italiani in “furbi” e “fessi”. Ma se guardo il movimento viscido e scomposto, di nuovo in atto nella turrita anfora troiana, mi accorgo che all’analisi manca il terzo segmento della F, quello più lungo: i “farisei”.

Lo schieramento più oltranzista, che già ai tempi del Gesù di Nazareth faceva dell’intransigenza il baluardo solenne, dentro e fuori le mura del Tempio, all’ortodossia della tradizione formale e agli insegnamenti e predicazioni innovative del giovane rabbi, a cui non riuscivano a tener testa, mentre senza clemenza ne smascherava le concrete contraddizioni.

Sulla collina dauna i segni di un’azione concertata sono da tempo evidenti, tutti tesi a perpetuare un passato nostalgico, incapace di tenere il ritmo o di dare il tempo ad una quotidianità da Terzo Millennio. La stessa con la quale si confronta, abbraccia e tiene per mano la semplicità rivoluzionaria di Papa Francesco. Il venire allo scoperto di un cosiddetto Comitato pro Diocesi di Troja, è solo l’ennesimo pervicace tentativo di mantenere fermo lo sguardo all’indietro,  nell’illusione onnipotente di riuscire a sfatare il processo profetico della fissione in statue di sale.

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Il mio amico, abituato ad anticipare il pensiero comune, mi cita Prezzolini e la sua drastica divisione degli italiani in “furbi” e “fessi”. Ma se guardo il movimento viscido e scomposto, di nuovo in atto nella turrita anfora troiana, mi accorgo che all’analisi manca il terzo segmento della F, quello più lungo: i “farisei”.

Lo schieramento più oltranzista, che già ai tempi del Gesù di Nazareth faceva dell’intransigenza il baluardo solenne, dentro e fuori le mura del Tempio, all’ortodossia della tradizione formale e agli insegnamenti e predicazioni innovative del giovane rabbi, a cui non riuscivano a tener testa, mentre senza clemenza ne smascherava le concrete contraddizioni.

Sulla collina dauna i segni di un’azione concertata sono da tempo evidenti, tutti tesi a perpetuare un passato nostalgico, incapace di tenere il ritmo o di dare il tempo ad una quotidianità da Terzo Millennio. La stessa con la quale si confronta, abbraccia e tiene per mano la semplicità rivoluzionaria di Papa Francesco. Il venire allo scoperto di un cosiddetto Comitato pro Diocesi di Troja, è solo l’ennesimo pervicace tentativo di mantenere fermo lo sguardo all’indietro,  nell’illusione onnipotente di riuscire a sfatare il processo profetico della fissione in statue di sale.

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Cristo accusato dai farisei

Il fattore "F" e la Chiesa del Terzo Millennio

Il mio amico, abituato ad anticipare il pensiero comune, mi cita Prezzolini e la sua drastica divisione degli italiani in “furbi” e “fessi”. Ma se guardo il movimento viscido e scomposto, di nuovo in atto nella turrita anfora troiana, mi accorgo che all’analisi manca il terzo segmento della F, quello più lungo: i “farisei”.

Lo schieramento più oltranzista, che già ai tempi del Gesù di Nazareth faceva dell’intransigenza il baluardo solenne, dentro e fuori le mura del Tempio, all’ortodossia della tradizione formale e agli insegnamenti e predicazioni innovative del giovane rabbi, a cui non riuscivano a tener testa, mentre senza clemenza ne smascherava le concrete contraddizioni.

Sulla collina dauna i segni di un’azione concertata sono da tempo evidenti, tutti tesi a perpetuare un passato nostalgico, incapace di tenere il ritmo o di dare il tempo ad una quotidianità da Terzo Millennio. La stessa con la quale si confronta, abbraccia e tiene per mano la semplicità rivoluzionaria di Papa Francesco. Il venire allo scoperto di un cosiddetto Comitato pro Diocesi di Troja, è solo l’ennesimo pervicace tentativo di mantenere fermo lo sguardo all’indietro,  nell’illusione onnipotente di riuscire a sfatare il processo profetico della fissione in statue di sale.

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Un passato certamente glorioso, per una Diocesi autorevole come quella di Troia, il cui prestigio, le cui fortune e le cui ricchezze culturali e artistiche, però, sono sempre arrivate da Pastori “forestieri”. Una Diocesi che, per quanto opulenta, lungo il decorso dei tanti secoli, non è mai riuscita a imporre un proprio Vescovo. E diciamocelo, una volta per tutte!

Una Diocesi che deve le sue fortune al ritrovarsi al crocevia di contaminazioni e percorsi orientati verso “frontiere” sconosciute, riassunte nelle trame spirituali della “Francigena” e nelle pietre secolari di quell’esempio di ‘cultura euro-mediterranea’ rappresentato dalla Basilica Cattedrale e dal suo stupefacente Rosone arabescato (Pina Belli d’Elia).

Lucera Troia

Rifiutarsi o resistere a dare un futuro al proprio passato, ostinandosi invece a voler legare quel futuro a un passato irripetibile, proprio in quanto tale, non direi che sia degna testimonianza di amore e di carità verso la propria comunità e nei confronti dei luoghi che essa vi abita.

Mi chiedo quali Fede, Speranza e Carità animino cristianamente le invettive avvelenate di chi parla di “soddisfazione”, di “livelli d’importanza”, di “veti dei Canonici a gestioni comunitarie” e afferma che un ‘Decreto Pontificio possa infrangere linfa ed armonia fra due terre’ contigue (Troia e Foggia). Arrivando a teorizzare, addirittura, una “diversa spiritualità” per comunità altrettanto omogenee e adiacenti (Troia e Lucera), racchiuse nel raggio di pochi chilometri e nella sfera storico-culturale di destini paralleli. Tutto questo, quando la Chiesa universale sta vivendo il magnifico momento di un Papa chiamato dall’altro Capo del Mondo.

“Meglio Foggia”, recita un editoriale parrocchiano. Dimenticando che fu proprio Foggia, a suo tempo, a dire “Meglio soli!” nel rivendicare autonomia dalla diocesi troiana. Ma poi, si è proprio sicuri che dall’altra parte intendano ritornare su quei passi, col rischio di ritrovarsi, sul sentiero a ritroso, gli inciampi di intransigenti rivendicazioni postume? Dopotutto quella Diocesi è “figlia” di quest’altra. E allora, con lo stesso piglio, perché non “Meglio Frosinone”, dato che le comunità condividono la devozione di ben quattro santi patroni: Eleuterio, Anzia, Ponziano ed Anastasio, le cui reliquie furono trafugate dall’antica Tibera?

No, non è così che funziona. “Amatevi gli uni gli altri” è il comandamento-guida, affidato erga omnes: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. E “La parola di Dio non sia annullata con la tradizione che avete tramandato voi”, recita il Siracide (7,13).

Per cui, sulla parola divina non provi ad imporsi una norma umana, a un comandamento morale non si sostituisca un precetto legale, alla limpidità della spiritualità biblica non subentri la meschinità dell’interesse privato, anche se ammantato di autorizzazioni ufficiali. L’interiorità della coscienza e l’impegno di giustizia e carità abbiano sempre il primato sui regolamenti e sui codici sacrali e sociali. Affinché la giustizia venga raggiunta attraverso la massima concordia (G. Ravasi).

(gelormini@gmail.com)

Rosone argento

P.S.

Tanto premesso, la consegna non di un premio, ma di un tipo di premio - in questo caso il Rosone (d’Argento): esempio per eccellenza della pluralità, della contaminazione etnica e culturale, nonché della vivacità creativa e artistica di maestranze verosimilmente reduci dalla vicina Lucera “federiciana” - al presidente di un Comitato così selettivo e intransigente, il dott. Leonardo Altobelli, assume davvero i toni del paradosso surreale e contraddittorio, alla luce o all’ombra di un contesto motivazionale che fa propri anche i meriti politici da militante socialista.

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