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Stormi di storni da Roma a Lecce

di Rocco Boccadamo

Nel volgere lo sguardo verso l'alto, in direzione della distesa turchina, può talvolta capitare, specialmente durante le frequenti giornate terse e serene del corrente periodo autunnale, di cogliere uno spettacolo non consueto, che, almeno secondo il mio sentire, affascina in modo profondo.

Il riferimento attiene alle immense macchie, color grigio scuro, di storni in movimento, una serie di rapidissimi ghirigori, dalle forme più svariate, autentici ricami, mutevoli negli schemi e nei contorni, da un attimo all’altro.

Dalle piroette dei minuscoli alati, sembra quasi trasparire un senso di gioia e di divertimento.

V’è inoltre, che chiunque alzi e tenga l’attenzione fissa lassù, non può fare a meno di pensare che nessuna umana maestria pittorica o di cesello sarebbe in grado di dar vita, con getto talmente istantaneo, ad analoghi, mirabili e versatili disegni sul palcoscenico azzurro.

Personalmente, devo aggiungere, non senza chiedere venia agli scettici che dovessero leggere le mie note, che la visione in discorso m’ingenera, dentro, anche autentici moti ed effetti suggestivi, per un attimo sembrandomi, inspiegabilmente, di scorgere due volti affacciati da altrettanti piccoli squarci nello scenario pullulante lassù. Volti, che ho sempre vivi e stagliati indelebili negli occhi e non solo lì: il primo, di mia madre, il secondo, invece, d’una Madonna, esattamente della Madonna Bruna, così sono solito appellarla per via della tonalità dell’incarnato, effigiata in un antico e venerato quadro esistente nella Basilica Santuario De Finibus Terrae, in Leuca, sulla punta del Tacco d’Italia. 

Ritornando al concreto, si tratta di foltissime tribù di piccoli volatili, giustappunto gli storni, della famiglia dei passeracei, intente a compiere processi migratori, soprattutto per proprie esigenze d’ambientamento climatico che stimolano la comprensibile ricerca dell’habitat maggiormente congeniale.

Nel corso di tali spostamenti, che possono coprire distanze notevoli, accade, anche, che gli uccelli si concedano brevi soste, sempre e immancabilmente a livello di schieramento complessivo.

Alla luce del sopraggiungere, ancorché di passaggio, di simili moltitudini viventi, se il transito e la presenza sono coincidenti con fasi di raccolto dei frutti della terra - ad esempio, adesso, le olive, che, come noto, man mano che maturano, cadono, in parte, spontaneamente e gradualmente sul terreno oppure restano a posare per un certo lasso di tempo su appositi teli a rete sistemati ai piedi delle piante - viene a montare, qua e là, qualche complicazione o perplessità o timore.

In altri termini, gli “ospiti” in discorso non sono visti propriamente di buon occhio da taluni proprietari di campi e/o agricoltori, paventando, quest’ultimi, che gli storni, per il loro nutrimento, facciano man bassa dei frutti.

A questo punto, però, scaturisce spontanea un’osservazione: ma, il fenomeno, non dovrebbe rientrare e inquadrarsi nell'ambito dei millenari processi della natura, delle stagioni e degli equilibri tra vegetazioni e fauna?

Si diceva prima, di fermate intermedie delle nuvole di pennuti e, al riguardo, v’è la peculiarità che, sovente, gli stazionamenti hanno luogo all'interno dei centri abitati, scegliendo, le creature del cielo, di prendere fiato standosene per un po’ appoggiate, o appollaiate, sulle chiome e fra i rami delle piante e/o alberi che svettano, conferendo salutare verde, nei quartieri cittadini.

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Gradita e piacevole riprova di ciò, mi è stato dato di avere in un recente pomeriggio, passeggiando a Lecce nei dintorni di Piazza Mazzini, per la precisione lungo via Zanardelli, impreziosita da una bella infilata di giovani ma già svettanti alberi del genere “ficus”.

E si trovavano concentrati, a tratti saltellanti e a tratti semicelati fra quelle chiome, gli amici storni, venuti a salutare la capitale del barocco, protagonisti di un rumorosissimo concerto a base di svelti e reiterati cinguettii, senza limiti, infiniti.

Al che, ha decisamente arrestato i suoi passi il comune osservatore di strada, con l’intento di vivere da vicino la presenza degli uccellini, idealmente rivedendo ancora una volta, in alto, anche i loro assembramenti, nel caratteristico formato variabilissimo e geometricamente incontrollabile.

Molti i passanti che si sono fermati come me, fra stupore e allegria per il bizzarro concerto fuori programma: così, l'incontro a tu per tu con gli storni, nella città dove attualmente risiedo.

Tuttavia, il freschissimo spettacolo non l'ho registrato e assimilato alla stregua d’episodio isolato e localmente circoscritto.  Mi ha, bensì, richiamato alla mente un’identica e ancor più grande esibizione, tra gli alberi che abbelliscono, a Roma, la piazza antistante alla stazione Termini.

Ricorreva la festività dell'Epifania del 1965, sulla capitale, la sera e la notte precedenti, era caduta un’eccezionale nevicata, si circolava esclusivamente a piedi, affondando sul morbido manto bianco, e io, che abitavo lì per ragioni di lavoro, dovevo recarmi a Rieti, ad assistere al giuramento del mio primogenito, da poco partito per il servizio militare.

Avanti di salire sul pullman di linea che, con una certa fatica mi avrebbe poi consentito di raggiungere la cittadina della Sabina, fui inaspettatamente gratificato dal buongiorno per opera di una foltissima tribù di storni, che, contrariamente alle persone, davano a vedere d’essere completamente indifferenti all’eccezionale precipitazione.

Storni, dunque, nell’attualità del ragazzo di ieri e storni correlati a stagioni lontane, quando andavo veleggiando intorno ai quaranta.

Adesso come allora, ad accompagnarmi, una sorta di personale marcata simpatia nei confronti di tali simpatici volatili.

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