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Taranto. Il filtro del teatro Per un racconto a fermo immagine

Taranto e il suo mare. Taranto e la sua fabbrica. Taranto e il suo mondo che ti ingloba e ti respinge”. Babilonia Teatri si sofferma su questa città alla ricerca di storie che raccontino il vivere nel quartiere più inquinato d’Italia con accanto le ciminiere, le strade polverose, i parchi dove i bambini non possono giocare. La voce monocorde che racconta - più che una sperimentazione teatrale specchio delle tensioni e delle fratture che hanno trasformato una città borghese colorata e felice col suo lungomare con i colori africani, il circolo di marina di grande risonanza, l’allevamento dei mitili ed il fascino del mare piccolo e del mare grande con il ponte girevole - segna un ennesimo tentativo giornalistico di spiegare…

Restano dentro le interviste col dipendente ormai anziano che ha lavorato per anni con i guanti che contenevano amianto, e con quello che per non rallentare i ritmi di produzione, non faceva in tempo a cambiare i filtri, e lasciava che i veleni finissero nell’aria e nell’acqua. Sentiamo la registrazione in Sant’Andrea degli Armeni,  guardiamo l’altare sconsacrato, le mura spoglie e sentiamo tutta la malinconia di una città che di notte è stupenda, anche fra le macerie del borgo non restaurato se non in pochi palazzi, forse neanche bene utilizzati.

TAR L'osso duro
 

Siamo tanti fra giornalisti, tecnici, registi, attori. Ospitati di notte in piccoli alberghi a Taranto vecchia, restaurati con fascino e deliziosi per l’accostamento dell’antico al cemento, agli arredi moderni o alle rivisitazioni d’epoca. Si pranza in ristoranti ubicati in zone godibili e si segue il festival teatrale “stArt up” negli spazi del TaTA’, ospiti del Crest, che porta avanti in un ambiente difficile sia socialmente che culturalmente un discorso teatrale coerente e innovativo, proprio in zona Tamburi, la più vicina alle ciminiere dell’Ilva. Il teatro ha spazi ampi, liberi, luminosi con la zona convivio all’aperto dove durante le sere ancora calde, si sta tutti insieme in un clima di grande comunicazione ed  allegria.

Pietanze ottime, tutti i responsabili del teatro a disposizione, una biblioteca di sapori antichi e tradizionali che segna un intervallo alla sequenza di visite ai posti più belli di Taranto e alla rassegna di spettacoli teatrali.  Ovunque una grande gentilezza, un’attenzione preziosa, quasi un segno d’affetto e poi un festival dove si respira come aria di difficoltà con quanto dato dalla Regione per realizarlo, contro l’ospitalità invece perfetta.

Cominciamo da Roberto Corradino e “L’Osso Duro” o lo spettacolo della fame.

Roberto vuole essere il tutto e il contrario di tutto. Un carattere estremo e fuori dal comune sotto ogni aspetto, un temperamento generoso, imprevedibile, talvolta eccessivo. Una voce roca e profonda, arata dal graffio dei bicchieri di vino e gli occhi ipnotici e bistrati. Manca il riferimento centrale al testo di Kafka: L’artista del digiuno, a cui il lavoro si ispira e diventa quindi difficile interpretarlo, ma non è questo perché l’attore ritornerà sull’opera e cambierà ancora, ma il rapporto lontano di questo attore dagli altri pugliesi presenti. E lui si rifugia dal critico Nicola Viesti, che deve essere restato forse il suo unico sostegno, e gli si poggia contro rivelando la fragilità emotiva.

TAR Capatosta1
 

Capatosa” del Crest, scritto da Gaetano Colella che lo interpreta con Andrea Simonetti.

Gaetano miscela carattere, talento e rabbia quando parla dell’Ilva. Due operai: uno con tanti anni di servizio alle spalle e la voglia di fuggire da Taranto con i suoi figli per non tornarci mai più, l’altro, una matricola, un giovane appena assunto che capovolgerà le leggi tacite ed i modi di fare. Lavoro valido, con un crescendo interpretativo di Gaetano, che vuole prendere parola, restituire un sentimento di dolore e di impotenza insieme, quasi banalizzandolo nella monotonia quotidiana mentre racconta la sua vita in fabbrica.

Palazzo Pantaleo, nella città vecchia con gli affreschi sui soffitti e le porte di un rosso infuocato ospita Psicho Killer, con Ippolito Chiarello, Raffaele Casarano e Stefano Rielli.

Due giovani musicisti, questi ultimi, interpreti spontanei nella situazione assurda creata da Chiarello che denuncia l’assoluta inconsapevolezza con cui ci stiamo abituando alla violenza sempre più normale, nel mondo e nel nostro paese dove l’omicidio diventa “show televisivo”. Rappresentazione che fa della ripetitività di frasi e reazioni la litania dell’assassinio come soluzione delle piccole nevrosi quotidiane.

TAR Sa vida mia
 

“Sa vida mia perdia po nudda” con Leonardo Capuano.

Capuano è delirante nella fatica fisica che non si interrompe un attimo, nel suo vagare frenetico in una ipotetica palestra, nel suo abbracciare il manichino di cuoio e con esso schiantarsi a terra ad un attimo dalla distruzione fisica. Tratto liberamente da Delitto e castigo di Dostoevskij, lo spettacolo inizia dove il romanzo finisce con un Raskolnikov, che si allena solo, corre, parla, suda, ricorda. Un allenamento feroce per raggiungere l’obbiettivo: riuscire a vincere. Capuano è intenso, vibrante, disperato. I suoi occhi sono cupi come per un travaglio personale ed il sorriso che ci dedica più tardi, in teatro non riesce a illuminarli. 

“Titanic the end “di Antonio Neiwiller, in una visione di Salvatore Cantalupo.

Il lavoro denuncia gli anni passati dal suo debutto nell’84 a Napoli. La genialità e la costruzione fuori dai canoni tradizionali dell’autore, hanno perso attualità, però quando scende il sipario e si vive il gioco delle ombre, tutte le emozioni, i suoni, gli odori prorompono forti e coinvolgono.

TAR Psycho killer
 

Fine di un festival di cui abbiamo segnalato ciò che ci ha più colpito con l’amore per il teatro che ci porta da decenni davanti a tanti sipari. Un ricordo? Sicuramente l’incontro con Gerado Guccini: Gli spettacoli nel tempo,come mutano, cosa diventano? Istrionico, colto, affascinante parla degli spettacoli visti a distanza di tempo. Non restano, svaniscono. Riattivarli richiede una ricerca, e una poetica volontaria è parlarne, cogliere il loro trasformarsi in opere nuove. E poi c’è anche Pirandello, con i “Giganti della montagna” e con la raffinata filosofia di questo docente del DAMS e direttore responsabile di Prove di Drammaturgia, che ascoltiamo parola dopo parola nel suo dialogo affabulante e reale.

Il festival è finito ricorderemo  il Museo Archeologico, il Castello, la Villa Peripato dove hanno deturpato il leone dell’ingresso ormai imbrattato di verde, mentre la balaustra che si affaccia sul mare è tutto un rincorrersi di nomi e frasi d’amore. Le siepi sono trascurate e le piante sofferenti, Taranto ci entra dentro in maniera irreversibile. Grazie Crest, avete regalato momenti molto profondi, e potete continuare a raccontare di quando nella vostra città le mamme mandavano i bambini a prendere l’acqua del mare per fare il pane.     

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