
Era prevedibile, e forse per certi aspetti anche inevitabile. Dopo le responsabilità dirette dell’Ilva, legate all’attività produttiva primaria, che evidentemente non si è estrinsecata tra l’inconsapevolezza diffusa, sia stata essa privata, soggettiva o istituzionale, ovvero locale, nazionale ed anche europea, ora tocca alle responsabilità e alle omissioni politiche ed amministrative.
Uno stabilimento siderurgico a ciclo integrale convive con il problema delle scorie che produce in grande quantità. Naturalmente questo problema è amplificato per uno stabilimento che genera circa dieci milioni di tonnellate di acciaio all’anno. Una parte degli scarti sono riutilizzabili e vengono catalogati come sottoprodotti, ma occorre che ci sia un mercato e se non c’è occorre smaltirli come rifiuti speciali o, peggio, come rifiuti tossici e nocivi.
Lo smaltimento costa molto e così ci si arrangia. Anche a Napoli, dopo la dismissione del centro di Bagnoli, i rifiuti sono stati sparsi e/o ricoperti di terra invece che smaltiti, con l’effetto di aumentare l’inquinamento dei terreni e delle falde.
A Taranto non è andata diversamente, materiali di scarto sono stati utilizzati nella colmata a mare del molo polisettoriale; la loppa, sottoprodotto con caratteristiche simili al cemento, è stata utilizzata per asfaltare strade, e per dare consistenza alle barriere costruite tra lo stabilimento ed il quartiere Tamburi (con eufemismo, furono definite: colline ecologiche).

Il benzolo – altro sottoprodotto – è vendibile, ma qualche volta è finito in fogna. Nel lontano 1979 vi fu un’esplosione che divelse 500 metri di strada, perché nelle fogne era stata sversata un’intera autobotte di benzolo, e fu una circostanza fortunata, che il morto fosse uno soltanto, perché l’esplosione si avvicinò moltissimo ad un recuperatore di Gas che, in quel caso, avrebbe avuto effetti apocalittici.
Inoltre, imprese appaltatrici, lasciando lo stabilimento, hanno lasciato ingenti quantità di apiroilo: un olio minerale dagli effetti inquinanti e cancerogeni. Per cui, bonificare caratterizzando il terreno e vedendo la profondità dell’inquinamento, le sue caratteristiche e gli effetti sulla falda, sarà comunque un processo lungo molti anni oltre che molto costoso.

Molto del materiale di risulta va in discarica, come quella interna di Mater Gratiae oggi al centro delle contestazioni ai vertici della Provincia di Taranto, (Presidente Florido, ex-Assessore Conserva e ex-Segretario Specchia) e al responsabile dei rapporti istituzionali dell’Ilva, Girolamo Archinà. Ma le discariche devono avere caratteristiche ed un trattamento tale da evitare l’ulteriore inquinamento dei terreni e delle falde, per questo le autorizzazioni richiedono verifiche e controlli. Ed è qui che si innesta il filone di inchiesta di questi giorni.
Per la cronaca, la discarica in questione non è molto distante da quella dell’Italcave dei Caramia, che in un non lontano passato ha avuto modo di accogliere anche i rifiuti napoletani tra le proteste dei cittadini di Taranto.
Ci si chiede quale perversione abbia indotto, chiunque sia stato, a pensare ad un nome come “Mater Gratiae”, per una discarica, di tale tipo e dagli effetti letali perduranti. Così come sorprende, che l’intera operazione che ha portato agli arresti odierni sia stata chiamata: “Ambiente svenduto”, come se – al contrario – fosse invece stato “venduto al meglio”, poteva forse considerarsi opera meritoria. A meno che, sciaguratamente, non ci sia la volontà di portare l’attenzione proprio su questa dorsale della riflessione.
(gelormini@affaritaliani.it)
