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Taranto, l'uovo oggi o la gallina per domani?

Leggendo il bell'articolo di M. Pennuzzi il pensiero è corso spontaneo a mia madre colpita dall'inclemenza del morbo di Alzheimer e al monito di H. Bergson, che trova un perfetto riscontro nella testimonianza delle vicende di una città angosciata come Taranto.

Henri Bergson, filosofo francese e premio Nobel 1927, sosteneva che “La linfa vitale, la forza interiore per un uomo sta nella capacità di ricordare il suo passato o nella speranza del proprio futuro. Quando la profondità di questi angoli visivi, per una ragione o per l’altra, si attenua, allora è inevitabile la crisi dell’individuo”. (ag)

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TARANTO, CITTA' DELLA MONOCULTURA

di Mario Pennuzzi

Gli agricoltori lo sanno , ed hanno imparato a porvi rimedio con tecniche sempre più raffinate, quando una terra ospita un solo tipo di coltura il risultato potrà essere prospero per alcuni anni ma alla fine il terreno si impoverirà e si inaridirà.Ciò che rende davvero ricca una terra  è la complessità, e la complementarità, in un ecosistema le diversità si alimentano reciprocamente e ciò che è rifiuto e scarto per uno è alimento per l'atro, la semplificazione, che spesso erroneamente abbiamo definito "valorizzazione" alla lunga produce solo aridità.

Pennuzzi Mario
 

Ma se questo lo hanno imparato le civiltà contadine non lo ha imparato la modernità che ha riempito il territorio degli scheletri di attività sfruttate fino all'osso per alcuni decenni e poi abbondonate al proprio destino.

Ne sono un esempio clamoroso le effimere città minerarie, grandi città come Detroit più che dimezzata in pochi decenni i borghi abbandonati in tante parti d'Europa.

Tutto questo la storia l'insegna, "historia magistra vitae" dicevano i latini, lo scorso secolo ha vissuto molte illusioni nella convinzione che si potesse governare la complessità traendo le direttive per l'agire futuro dalle ferree leggi della storia, trasformassero le previsioni da una semplice aspettativa in un preciso calcolo delle probabilitò, nella possibilità di calcolre e determinare il futuro.

Persino la fantascienza  - basti ricordare Asimov con la saga della fondazione - arrivava ad immaginare che fosse  possibile indirizzare il futuro con un calcolo scientifico.

Non è così, dal passato siamo capaci solo -ma non sempre - di trarre moniti per il futuro, per cercare di evitare il ripetersi di errori, ma bisogna ricordare .....ed infine avere una capacità di innovare e progettare , di corregere e di modificare

Chi non ha memoria non ha consapevolezza di sè, noi siamo la nostra memoria , ma oggi viviamo più a lungo ma stiamo perdendo la memoria e l' identità: la malattia del nuovo secolo non è il cancro, è l'alzheimer.

Taranto CittaVecchia
 

L'alzheimer non è solo una malattia individuale sembra invece la dannazione di una società che vive in un eterno presente senza il ricordo di ciò che è stato e senza immagine di ciò che potrà essere.

Taranto è una città fatta così, non impara dalle cose passate, perchè non ne ha memoria, e non progetta il futuro.

In un breve scritto del 1857, poco prima che nascesse il nuovo regno d'Italia, il nostro concittadino  Cataldo Nitti descrisse in termini accorati la situazione della città: Taranto è una città allo stremo, non ha saputo sfruttare le proprie risorse come le vicine città di Lecce e di Bari, ha puntato tutto su un'unica possibilità la manifattura, in questo caso quello della felpa, entrata in crisi perchè sulla scena internazionale sono apparsi nuovi e più agguerriti produttori (l'Inghilterra, grazie alle macchine a vapore, aveva rapidamente trasformato in industria meccanizzata ciò che precedentemente era prodotto con strumenti artigianali).

La povertà  veniva contrastata solo con misure caritative, che vedevano allora - come adesso - il Comune molto impegnato ma non in grado di programmare un diverso sviluppo.

La proposta del Nitti fu: una nuova valorizzazione del territorio, della sua capacità agricola, della sua bellezza come strumenti capaci di creare lavoro e benessere.

La storia è poi andata in altra direzione si è passati dalla produzione della felpa, alla monocultura industriale militare dell'Arsenale Militare e dei cantieri navali, che ha creato grandi possibilità di lavoro con i maggiori picchi in occasione delle due guerre mondiali, seguiti da crisi depressive al loro termine.

Taranto foto
 

Nell'ultimo mezzo secolo come non è necessario ricordare il ciclo della monocultura siderurgica, con i suoi alti e bassi, e con il suo costo tragico per il territorio , ciclo  che rinsecchendosi oggi, riversa la sua crisi  sulla citta ,che ancora ubna volta  è tornata ad essere povera ed a vedere le nuove generazioni costrette a cercare altrove il proprio futuro.

Un epilogo drammatico. Potremmo innalzare un lamento quasi con le stesse parole che un secolo e mezzo orsono usava Cataldo Nitti, ma non deve sfuggire la consapevolezza che molte sono state le occasioni perdute perchè è mancata una visione dell'insieme e della prospettiva, perchè hanno sempre prevalso le forze che erano in grado di portare all'incasso immediato le occasioni del momento, ma non sapevano guardarsi avanti.

Se il siderurgico è ubicato dov'è e crea i danni che crea, non à frutto di una programmazione sbagliata, è frutto di un compromeso poltico determinato dai possesori dei terreni,e da una classe politica che trovò le sue mance nei sub appalti.

Alla fine degli anni '70 completato il raddoppio dello stabilimento apparve chiaro che da quel momento in poi occorreva cambiare rotta, ma l'idea centrale nella   "vertenza Taranto" di una diversificazione fu sconfitta dagli interessi dei possessori dei suoli e di chi puntava sul mattone come elemento centrale dello sviluppo, fu allora che si immaginò  una città triplicata sia in abitanti che in territorio occupato.

Cambiare rotta è ancora possibile, ma il punto è se questa collettività sarà in grado di sfuggire alla logica dell'immediato e tentare una progettualità più complessa, che serva oggi a salvare ciò che è possibile dei livelli occupazionali, ma contestualmente a porsi obiettivi e prospettive credibili per il futuro. Un po' come quel contadino che ha imparato a combinare le colture e a farle ruotare, rinuciando a prodigiosi raccolti dell'oggi per non impoverire il terreno domani.

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