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PugliaItalia

Il burnout è una sindrome  ben conosciuta tra quanti svolgono professioni di cura degli altri, particolarmente tra i medici, gli assistenti sociali  gli operatori umanitari. Consiste  nell'accumularsi di fatica e di stress,  a fronte delle richieste quotidiane a cui si deve rispondere; nelle frustrazioni derivanti dal costatare che, in molti casi, non si può neppure scalfire la sofferenza che ci viene proposta: viene alimentata la sensazione di  inadeguatezza rispetto alle problematiche, un crescente stato di insofferenza, che sconfina pian piano nella perdita di senso rispetto al proprio lavoro ed al proprio impegno.

Mi chiedo se non è questo ciò che sta succedendo in questi giorni in queste ore a Taranto. Si parla di dimissioni del sindaco, a fronte di una richiesta di proroga di un'indagine della Magistratura nel settore ambientale, che raggiunge il Sindaco per una iniziativa giudiziaria di esponenti della minoranza, che ha reso obbligatoria e doverosa  l'inchiesta  da parte del magistrato.

Ma è proprio questo che determina l'annuncio delle dimissioni, poi smetite o ritirate? Mi pare difficile da credere, non fosse altro che sinora non è neppure del tutto chiaro, né potrebbe esserlo in questa fase, se il Sindaco ha delle cose, e quali, da giustificare in sede giudiziaria.

No, il tema che si pone è un altro: l'avventura che il dottor Stefàno ha intrapreso sei anni or sono candidandosi prima, assumendo la direzione della città poi, era molto chiara: la città era stremata da una crisi di proporzioni inaudite, il dissesto, la caduta della credibilità della politica, la deriva morale ed il degrado del tessuto sociale e civile della città. Insomma, il guanto della sfida era la rinascita della  città.

I primi cinque anni, durissimi, hanno consentito di curare molte ferite, avviato il risanamento economico, impostato un intervento sociale a sostegno della parte più debole della città. Ma  tutto ciò non è certamente stato sufficiente ad affrontare il risanamento etico della città, né poteva far fronte al crescere delle contraddizioni in atto.

A mani nude occorreva affrontare il moloch, senza sostegni adeguati, né dai partiti che non sono mai

Stefàno3

rinati dalle ceneri del fallimento delle precedenti amministrazioni e che, anzi, sempre più sono governati da capi bastone: indifferenti a proposte programmatiche e legati alla logica opportunistica del momento (basti considerare con quanta facilità la gran parte dei consiglieri eletti siano più volte saltati – bene accolti da partiti che ormai hanno perso il senso di cosa vogliono e di chi vogliono rappresentare  – da un partito all'altro e persino da uno schieramento all'altro). Né un aiuto è venuto dai livelli amministrativi e di governo.

Il moloch di una crisi come quella dell'ILVA, la cui portata è tale da mettere in difficoltà i governi nazionali e non solo una amministrazione periferica. Una crisi schiacciata da enormi contraddizioni e sottoposta a pressioni politiche inaudite, è ricaduta senza nessuna protezione interamente su una amministrazione priva dei mezzi per esercitare un ruolo decisivo.

Che dire poi della ferocia di un finto ambientalismo, silente in tante occasioni decisive per la città, che si è impiccato su un referendum sbagliato? Sbagliato perché inadeguato a risolvere i problemi che poneva e capace di introdurre soltanto ulteriori contraddizioni e divisioni tra la popolazione. E che inevitabilmente, come  poi ha fatto, avrebbe rafforzato chi la situazione non intende mutarla.

Per ogni cosa c'è una strada giusta ed uno strumento adeguato, non puoi risolvere una situazione tanto complessa con un sì o con un no, così come non puoi usare la forchetta per consumare un brodino.

In questo coacervo di contraddizioni ciò che si è smarrito è il senso della proposta iniziale, ovvero amministrare per fare cosa? Pian piano sono emersi i limiti della esperienza amministrativa: limiti sociali, politici e culturali.

Ippazio Stefàno

Fare un'operazione  di rinnovamento radicale in una società sofferente è difficile, ma è possibile se essa si radica, creando un consenso non sulle persone, ma sul processo; creando alleanze sociali che
garantiscano il radicamento della proposta politica, tenendo costantemente in conto l'attuazione del programma.

Occorre creare una squadra coesa rispetto al progetto, e rispetto alla sofferenza della città. Occorre comprendere che l'obiettivo non può essere l'azione di carità, ma la giustizia. I due concetti non sono contrapposti, ma la carità ha il compito solo di lenire le situazioni di disagio, non aggiusta le cose, mentre la giustizia offre alla sofferenza la prospettiva della rivendicazione di diritti, siano essi diritti ad una condizione economica ragionevole, che ha servizi adeguati, che a trattamenti dignitosi.

E' questo ciò che questa esperienza amministrativa non ha saputo/potuto fare. Il vecchio progetto e la vecchia squadra pian piano si sono liquefatti.

Ciò che ruotava e ruota intorno al Sindaco ha sempre meno la forma di una squadra, che si costruisce per un progetto, e sempre più l'espressione di singole volontà individuali, magari contraddittorie tra di loro.

Pian piano il progetto si è identificato con la persona del Sindaco e qui gli stessi elementi, che  hanno costruito la grandezza dell'uomo, si sono trasformati in limiti. Il medico amato era a disposizione di tutti e cercava di risolvere ogni caso, divenuto sindaco è stato assediato, giorno per giorno, dai bisogno dei tanti che, saltando la macchina amministrativa, si rivolgevano a lui.

Ha fatto da solo tante cose, troppe. E così facendo altre sono andate per conto proprio. Non solo la squadra non ha retto, ma alla fine il Sindaco stesso l’ha ritenuta un peso inutile ed insopportabile. I
partiti non si sono rinnovati ed hanno conservato vizi e, talvolta, persino le stesse facce di precedenti esperienze.

Le vicende legate alla giunta dell'ultimo anno, dai ritardi nella formazione agli assessori a progetto dimostrano quanto poco il sindaco stimasse la costruzione di una squadra amministrativa di cui fidarsi, e questo seguiva  la difficoltà dimostrata a governare i rapporti con partiti e movimenti. Non solo quelli che gli hanno garantito occasionali appoggi, ma anche quelli che sono nati con la volontà di essere parte organica del progetto di rinnovamento.

C'è da dire, ad onor del vero, che non ce n’è stato uno, uno solo, di quei partiti o movimenti, che ha mostrato di voler perseguire con coerenza gli obiettivi che dichiarava. E non mi riferisco solo al
favore prestato al trasformismo di questi anni, ma anche al mantenimento delle scelte, da quelle di tutela del territorio, alle politiche sociali, dalla tutela dell'ambiente all'iniziativa culturale.
Risultato un Sindaco sempre più solo e carico di responsabilità, ed una macchina amministrativa sempre più schizofrenica.

La vicenda di questi giorni giunge a questo punto, mettendo un uomo di indiscutibile valore ed onestà di fronte anche alla possibilità di veder compromessa la sua dignità. C'è da stupirsi se pensi a delle dimissioni, sebbene sia ancora lontano quattro anni dalla fine del mandato?

TARANTO3

E' del tutto evidente che un’interruzione, a questo punto, dell'esperienza  riconsegnerebbe la città alle stesse forze che avevano provocato sia il dissesto dell'ente, che il disastro ambientale ed economico che vive la città di Taranto. E – si badi bene – non mi riferisco semplicemente a personaggi e partiti politici, ma a quel blocco sociale fatto di imprenditori abituati all'assistenza, di signori del mattone di ceti speculativi e parassitari, che nel trasformismo hanno governato la città.

Ma qual è l'alternativa? Certamente non si può continuare in un logoramento permanente della situazione, che costituirebbe solo la classica e lenta agonia. Il sindaco, che ha più volte dichiarato di non avere altre ambizioni amministrative o politiche,  ha la forza di dire a tutti: “Ora basta! O si cambia registro o vi assumete la responsabilità della crisi”?

Di rilanciare il progetto iniziale di rinnovamento? Di costruire una squadra politica seria, autorevole ed onesta, che traguardi non solo a portare a compimento questa consigliatura, ma che sappia costruire un modo diverso di fare politica ed un diverso Governo della città, come molti chiedono, e non solo a Taranto?

E' un tentativo che il dottor Stefàno deve a se stesso ed a questa città.

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