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Se non ora, quando? Prendo in prestito l’efficacissimo slogan che le donne italiane hanno utilizzato per esprimere la loro indignazione contro il Sultano di Arcore per parlare dello scalo aeroportuale di Amendola, una questione strategica per il futuro della Capitanata. So che questo argomento tocca corde sensibili dell’opinione pubblica dauna, soprattutto nel capoluogo. È stato alimentato il falso mito che ci sia una “volontà barese” di impedire che il “Gino Lisa” funzioni pienamente. Un alibi dietro il quale la classe dirigente foggiana ha nascosto le proprie evidenti responsabilità. Il Lisa vive una vita grama, a causa della sua pista insufficiente, perché da almeno un quarantennio lo sviluppo urbanistico della città, caratterizzato dal rampante ruolo della speculazione fondiaria e da una bulimia edilizia che non ha riscontri in Puglia, è in contraddizione con quello scalo.

Ora ci sono a disposizione quattordici milioni di euro di fondi comunitari per allungare un po’ questa pista, rendendola sufficiente ad ospitare aerei un po’ più capienti degli attuali. Restiamo però sempre sotto la linea di galleggiamento: il più grande player mondiale del trasporto aereo low cost, Ryanair, chiede infatti una pista di almeno duemila metri per far atterrare i propri 737.

I fautori dell’allungamento sottolineano con ragione che la nuova pista sarebbe utile almeno a  una parte del segmento dei voli charter, utili a sostenere il bacino turistico del Gargano. È vero, ma insufficiente: perché il beneficio di far atterrare a Foggia i vettori che attualmente sbarcano a Pescara non sarebbe di per sé sufficiente a fare massa critica. Uno scalo aeroportuale dedicato al turismo postula il cambiamento dell’intera organizzazione ricettiva, che deve affrontare la sfida dell’internazionalizzazione e della conseguente destagionalizzazione. Al momento gli esempi virtuosi in tal senso sono ancora troppo pochi.

amendola g

Oltretutto le notizie che giungono sull’andamento della conferenza di servizi, propedeutica alla progettazione e alla realizzazione della pista, non danno l’idea di una fretta indiavolata. Sappiamo della forza e dell’aggressività dei controinteressati, che sono –neanche a dirlo- imprenditori edili titolari di concessioni rilasciate anche in tempi recenti, che dovrebbero rinunciare a parte delle volumetrie previste. E sappiamo che il nuovo manager di Aeroporti di Puglia, Giuseppe Acierno, non fa mistero del suo scetticismo anche in ordine alla possibilità pratica di utilizzare queste risorse, che sono sub iudice, al pari dell’intero asset dei fondi Fas, a causa del Patto di Stabilità.

Stiamo, cioè correndo il duplice rischio di investire una quantità rilevante di danaro pubblico in un’opera che potrebbe rivelarsi di utilità molto ridotta, ovvero di tenere impegnate risorse rilevanti per un’opera che non si farà mai. Tutto per tenere alto il vessillo di un aeroporto che è stato chiuso, nei fatti, tanto tempo fa. Questo avviene in un momento in cui, per il capriccio del destino, il Ministro della Difesa è un foggiano di origine come Mario Mauro, che ha sempre mantenuto importanti e proficui legami con la Puglia. Non sarebbe il caso di “sfruttare” questa opportunità per l’utilizzo a fini civili dell’Aeroporto di Amendola?

A quanto ci dicono i tecnici, il sedime aeroportuale è vasto abbastanza da realizzare un’aerostazione senza intralciare le attività volative, operative o di addestramento dell’Aeronautica, e quindi senza venir meno alle funzioni attribuite ad Amendola nell’ambito delle strategie Nato. Ne vogliamo parlare senza inutili demagogie? Perché uno scalo aeroportuale della Puglia settentrionale, capace di attrarre l’utenza molisana, del Sannio, del Potentino, avrebbe senz’altro una potenzialità interessante, non solo a fini turistici. Serve solo un po’ di coraggio, di buon senso e di pragmatismo.

Salvatore Tatarella

Deputato europeo FLI/PPE

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