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‘Teresa Manara’, il novello di Luisa Ruggio (di A. Gelormini)

di Antonio V. Gelormini

La vendemmia delle parole, dei ricordi e dei frammenti di un racconto di vita, che si fa tralcio autoctono nella vigna letteraria di Luisa Ruggio, è cominciata con netto anticipo, per far fronte ai cambiamenti repentini di una stagione  capricciosa e per liberare, almeno in parte, gli incontenibili fermenti di una narrazione senza tempo destinata a nobilitare letture senza confini.

E come un appuntamento festoso col Beaujolais nouveau anche Luisa Ruggio decide di offrirci un assaggio di quella vendemmia, che ha bisogno ora di maturare e strutturarsi tra roveri e lignaggi d’antica fattura e i silenzi profumati di una terra dolce ed aspra al tempo stesso. Per cui “Teresa Manara” è una sorta di novello, vivace e ammaliante, che ci prestiamo a gustare nell’essenza più intima della sua piacevole scrittura.

Arriva, infatti, in libreria il nuovo romanzo di Luisa Ruggio, “Teresa Manara” (Controluce, 2014), la cui anteprima nazionale parte dalla Puglia con una presentazione speciale in programma domenica 21 settembre (ore 17.30, ingresso gratuito) negli spazi della Libreria Liberrima, a Lecce, nell’ambito degli eventi culturali a sostegno di #Lecce2019. Dialoga con l’autrice Augusta Epifani. Letture a cura di Pierluigi Mele. A seguire l’aperitivo nella Corte dei Cicala offerto da Cantine Cantele.

Ruggio Luisa
 

Dopo il suo secondo romanzo, “La nuca” (Controluce, 2008), la scrittrice salentina torna con una storia che cattura il lettore sin dall’incipit: “Ci sono solo due tipi di momenti, Teresa. Quelli da ricordare. E quelli da dimenticare. Così mi diceva sempre mia madre. E io non la capivo. Dov’era il trucco, l’insegnamento? L’istante dopo smettevo di pensarci, andavo a controllare il nido delle upupe, mi acquattavo tra i cespugli di erba strega che minacciavano di inondare il nostro giardino. (…) durante il mio primo addio ci ho fatto caso: entrambi quei momenti sono senza ritorno.”

Una storia d’amore ambientata nel Sud Italia del 1950, dedicata al mondo dei sensali che all’epoca si spingevano nel Salento in cerca del miglior vino sfuso da imbottigliare al Nord e raccontato per la prima volta dal punto di vista di una giovane donna che decide di lasciare Imola per trasferirsi in una terra di frontiera ancora superstiziosa e magica.

Luisa Ruggio l’anticipa ad Affaritaliani.it incastonata come in un esergo: “Tre anni fa, durante un pomeriggio pieno di quelli che mi sembravano proiettili invisibili da scansare, ho cominciato a scrivere un romanzo che racconta l'altrove teorico e plausibile di ogni traduzione. E mentre lo scrivevo, mi rendevo conto che non aveva più a che fare solo con un mestiere, ma con il dove della condizione umana, specie quando resa elementare e magica dall'amore.

Capitolo dopo capitolo, questo romanzo, è stato la mia personalissima Arca dell'Alleanza. Qualcosa della mia vita precedente doveva lasciarsi sommergere da un diluvio, qualcos'altro doveva essere salvato. Quando ho finito di scriverlo, mi sono sentita effettivamente come chi mette piede a terra dopo una lunga traversata in mare e durante l'editing pensavo che finalmente potevo starmene tranquilla per un po'. E invece è successo qualcosa, durante la vendemmia dello Chardonnay di due anni fa

Mio padre stava morendo, ed io avevo bisogno di scaraventarmi parecchia vita addosso, volevo stancarmi molto, lavorare e non pensare. Come molti, sapevo di portare una parola invisibile sul mio corpo, in alto a sinistra, dove c'è una rapa chiamata cuore: fragile.
Cammina cammina, nel bel mezzo di un'intervista, mi ritrovai in una cantina, tra le campagne di Guagnano, nel Salento, inciampai in una storia che mi fece pensare ad una donna molto amata, una che si fece scrittrice per disperazione, come racconta Sandra Petrignani a proposito di Karen Blixen nel bellissimo "La scrittrice abita qui".

Un ragazzo, Paolo Cantele, mi raccontò la storia di sua nonna, Teresa Manara, che nel 1950 lasciò Imola per trasferirsi nel Salento, una terra di frontiera, aspra e superstiziosa, dove all'epoca non era ancora arrivato Ernesto De Martino che più avanti avrebbe scritto "Sud e Magia". Ho cominciato a sentirmi invasa da una voce, e intanto facevo le cose che dovevo fare e pensavo alla vita dell'altro romanzo. Finché una notte, davanti allo specchio mi sono sorpresa a pronunciare queste parole a voce alta: Mi chiamo Teresa Manara.

Era l'inizio di uno dei capitoli di quello che poi sarebbe diventato un piccolo romanzo ora in uscita per Edizioni Controluce-Besa. "Teresa Manara", per l'appunto, che mi ha chiesto di nascere, prima di un romanzo lungo che sarà pubblicato, invece, tra qualche tempo.

Ruggio invito
 

Una divertita lealtà mi impone di mettere in guardia chi si aspettasse da questo piccolo libro una specie di biografia romanzata, genere che presuppone meno libertà di quella che solitamente mi prendo quando sto di faccia a una pagina o cento. Teresa Manara non è per me una nonna, è qualcosa di più complesso e misterioso: una donna. Il mio mestiere consiste anche col trafficare con la memoria, ma è una memoria che genera allucinazioni inattaccabili, del resto mi sono da tempo rassegnata al confine labile che unisce due territori ignoti: sogno e ricordo.

Credo che ciò sia avvenuto durante un'altra vendemmia, quando ero piccola. Ho ripensato a tutto questo durante i miei sopralluoghi impossibili, il mio andirivieni dagli Stabilimenti Folonari, a Squinzano, dove un tempo si vinificava una quantità di uva favolosa che poi veniva portata al Nord e diventava Chianti o Barbera. Il poeta e ispanista Vittorio Bodini, al quale dobbiamo - tra le altre cose - quel capolavoro di traduzione che è il Don Chisciotte per i Millenni di Einaudi (1957), scrisse un articolo struggente su quel Sud, apparve su Omnibus nel 1950 e si intitolava Squinzano, vino a Milano.

L’atteso romanzo arriverà nel resto d’Italia a novembre. Dal 2006 ad oggi, quando Luisa Ruggio esordì conquistando tantissimi lettori con "Afra", (Menzione Speciale Premio Bodini 2010 per il suo terzo libro, "Senza Storie", con Afra ha vinto cinque premi letterari), l'attenzione per le sue pagine non è mai calata. Luisa Ruggio sarà anche testimonial di BiblioPride 2014, che quest'anno si tiene in Puglia.

(gelormini@affaritaliani.it)

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Ruggio Manara
 

Dalla quarta di copertina:

Italia, 1950. “Nei bar non si parlava d’altro che del processo Rina Fort, la commessa accusata di aver ucciso la moglie e i tre figli del suo amante. Pavese si era suicidato in un albergo di Torino, per amore.” In un angolo della penisola italiana, all’estremo Sud della Puglia, c’è un’altra penisola da cui molti partono in cerca di fortuna. Si tratta di una terra di frontiera “dove gli uomini e gli spiriti parlano ancora la stessa lingua”, dominata da un sole maestoso e impassibile. Una corte di spostati resta a vivere nei paesi senza tempo, poveri e superstiziosi, dove si produce il vino per gli industriali del Nord e dove si spingono, attraverso interminabili viaggi, solo i sensali. Lecce è la città dove il tempo scorre in ritardo e una vecchia stracciona, che si crede un’erede dei Savoia, rappresenta tutti quelli che “vivevano sapendo: il vento si sarebbe alzato cancellando per prima cosa le loro tracce”. In questo luogo senza importanza, decide di trasferirsi una giovane donna, Teresa Manara, nata e cresciuta a Imola – dove ha visto trascolorare le atmosfere degli anni ’20 e ’30 attraverso le eleganti vetrine dell’antica bottega di tessuti delle zie zitelle e dove ha subìto, insieme alla sua famiglia, l’occupazione tedesca.

Ruggio vigneti
 

Teresa è la moglie di un venditore di vino sfuso convinto che “un vino, al pari di un uomo, è la sua storia”, ma è soprattutto un’instancabile osservatrice, nonché la protagonista delle due storie d’amore che scorrono parallele in queste pagine: quella che la spinge a seguire un uomo fino alla fine del mondo e quella per la terra che diventerà la sua seconda casa.

Grazie alla sottile lama del suo sguardo, Luisa Ruggio ci racconta un mondo visto attraverso lo specchio delle barberie, quello delle vite marginali, degli inutili, ma soprattutto quello di una natura che concede una misura di sé, un fragile miracolo spremuto con fatica dagli uomini che decidono di restare. Vigneti, vicoli, stanze, volti e storie si compongono nella voce che sussurra al lettore: “Mi sono invaiata per ottant’anni, se così si può dire, proprio come gli acini d’uva durante la maturazione. E cammina, cammina, sono finita anch’io in una storia. Questa.”


 

Luisa Ruggio (1978), giornalista e scrittrice di origini pugliesi, ha pubblicato saggi sul cinema e la psicoanalisi. Il suo romanzo d'esordio, "Afra" (Besa, 2006), ha vinto cinque premi letterari. Dopo il suo secondo romanzo, "La nuca" (Controluce, 2008), ha pubblicato la raccolta di racconti brevi "Senza storie", (Besa, 2009) Menzione Speciale del "Premio Bodini 2010". Suoi articoli sono apparsi su quotidiani e riviste letterarie, è autrice di numerosi reportage dedicati al Salento per i quali ha ricevuto il "Premio Skylab 2011" Sezione Giornalismo e Cultura (Università del Salento) e la menzione speciale del Premio “Terra D’Arneo 2013”. “Teresa Manara” è il suo terzo romanzo.

 Dal 2006 aggiorna il blog dedicato alla scrittura "Dentro Luisa":www.luisaruggio.blogs.it

L’evento su Facebook: https://www.facebook.com/events/1464295847168571/

Il primo capitolo di “Teresa Manara”:  http://luisaruggio.blogs.it/2014/09/16/teresa-manara-19414229/

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