
Per quanto possa essere costellata di punti luminosi più o meno intermittenti o di scie evanescenti, paragonabili a miraggi notturni di un deserto senza sabbia, la notte di Alessio Viola resta profondamente oscura e decisamente indefinita: proprio come quella senza fine e attraversata – seppur a occhi aperti – dalle centinaia di profughi alla deriva, nei disperati viaggi verso un approdo senza orizzonte.
“Dove comincia la notte”, l’ultimo romanzo di Alessio Viola – Rizzoli Editore 2013, supera l’aspetto temporale del quando, per non assumere nemmeno quello tracciabile di un confine urbano ben delimitato. La notte di Alessio Viola è un luogo metafisco, non esiste. O meglio, è il luogo della mente: dove finiscono i sogni, svaniscono i progetti e si spengono i pensieri.
“E’ dove tutto si confonde”, precisa l’autore, “il momento particolare in cui i confini diventano invisibili. Dopotutto la notte, per definizione, è quando non si distinguono i dettagli. Quando il confine tra bene e male non è più evidente. E nell’alternarsi al contrario di tanti Dr. Jekill e Mr. Hide, i buoni diventano cattivi e i cattivi restano tali”. Per cui il libro, in un’atmosfera marcatamente malinconica, assume i tratti della riflessione filosofica.
In pratica, la notte di Alessio Viola è “la notte delle coscienze, del senso civico diffuso, è la notte delle idee, del pensare, dei riferimenti ideologici. In questa notte – aggiunge l’autore – scompaiono le persone e le personalità. Restano i ruoli. Si confonde tutto. Si confondono il bene e il male. E il protagonista potenzialmente buono, Roberto De Angelis un soprintendente della Polizia di Stato, è invece affascinato e irretito dal male.

La città che Alessio Viola fa scorrere sotto gli occhi del lettore è una Bari sconosciuta, ma reale, che affiora da una marea di atti giudiziari e una cascata di ricordi personali: “Una Bari del tutto vera, con la sua bellezza crepuscolare, le sue mille contraddizioni, le anime graffiate delle persone che la vivono”.
Un fermo immagine, che nel buio di una metaforica sala cinematografica viene sottolineato dall’evocazione musicale di “Insieme a te non ci sto più” che, ricorda Viola: “raschiava l’anima, ti faceva venir voglia di perderti in una bottiglia, e non riemergere più”.
(gelormini@affaritaliani.it)
