Attrice, imitatrice e regista, ha attraversato oltre trent’anni di televisione italiana senza rinunciare allo sberleffo, alla denuncia e al gusto della provocazione, trasformando le voci e i tic dei personaggi pubblici in uno strumento di critica politica, spesso feroce e quasi mai conciliante.
Dalla Tv delle ragazze ai grandi personaggi politici
Formatasi all’Accademia nazionale d’arte drammatica, la Guzzanti raggiunge la notorietà tra la fine degli anni Ottanta e i Novanta nei programmi diretti da Serena Dandini. Da La Tv delle ragazze ad Avanzi, fino al Pippo Chennedy Show e a L’ottavo nano, costruisce una galleria di figure entrate nell’immaginario televisivo. Politici, giornalisti e protagonisti dello spettacolo vengono sottoposti a una radiografia comica che non si limita alla somiglianza fisica o vocale. Nelle sue imitazioni emergono ambizioni, contraddizioni, linguaggi involontariamente ridicoli e quella distanza tra l’immagine pubblica e la sostanza che costituisce il terreno naturale della satira.
Celebre, tra le altre, la sua rappresentazione di Massimo D’Alema, proposta anche nel Pippo Chennedy Show del 1997: più che una semplice caricatura, il ritratto di un’intera stagione della sinistra italiana.
Il confine tra spettacolo e denuncia
Con il tempo Guzzanti ha progressivamente abbandonato la sola dimensione dell’intrattenimento. Il cinema documentario è diventato il proseguimento della satira con altri mezzi: da Viva Zapatero!, dedicato alla libertà d’espressione e alla cancellazione televisiva di Raiot, fino a Draquila – L’Italia che trema e La trattativa, presentato fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia nel 2014.
Il suo percorso ha diviso il pubblico. Per alcuni è una voce libera e necessaria; per altri una militante che ha sacrificato parte della leggerezza comica alla battaglia politica. Ma proprio questa indisponibilità alla neutralità rappresenta il tratto più riconoscibile della sua carriera.
Romana per nascita, formazione e temperamento, Sabina Guzzanti appartiene a quella tradizione capitolina nella quale la risata non serve soltanto a divertire. Serve a sgonfiare i potenti, a violare la solennità e a ricordare che, quando la politica diventa troppo seria, spesso è perché ha qualcosa da nascondere.

