Ci sono giornate che si dovrebbe poter cancellare per sempre dal calendario della memoria. Il 9 ottobre 1982 è una di queste. La città si era svegliata in una luminosa mattina d’autunno. Al Tempio Maggiore, affacciato sul Lungotevere, si celebravano lo Shabbat e la conclusione della festa ebraica di Sukkot. Famiglie, bambini vestiti a festa, genitori che si preparavano a tornare a casa. Una scena di ordinaria felicità, destinata a trasformarsi in tragedia.
Alle 11.55, mentre i fedeli uscivano dalla Sinagoga, cinque terroristi palestinesi entrarono in azione. Bombe a mano lanciate sulla folla, raffiche di mitra, urla, sangue. Pochi minuti di ferocia sufficienti a cambiare per sempre la storia della comunità ebraica romana.
Stefano, due anni e una vita ancora tutta da vivere
Tra le vittime di quella mattina c’era Stefano Gaj Taché. Aveva appena due anni. Una scheggia lo colpì mortalmente. Suo fratello Gadiel, di quattro anni, rimase gravemente ferito, così come i genitori. Altre decine di persone furono investite dall’esplosione delle granate.
Roma scoprì che il terrorismo internazionale poteva colpire anche i bambini, davanti a un luogo di preghiera, nel cuore della città. E che l’antisemitismo non apparteneva soltanto alle pagine più buie del passato.
Una ferita lunga 44 anni
Per decenni la ricerca della verità giudiziaria è rimasta incompleta. Nel marzo 2026 la Procura di Roma ha annunciato la conclusione di una nuova indagine nei confronti di cinque persone, accusate di responsabilità nell’attentato. Un altro capitolo di una vicenda che continua a interrogare il Paese.
Oggi una piazza accanto alla Sinagoga porta il nome di Stefano. Un bambino che non ha avuto il tempo di diventare grande, ma che è diventato parte della memoria collettiva di Roma. Perché le città possono dimenticare tante cose. Ma non dovrebbero mai dimenticare il nome di un bambino ucciso dall’odio.


