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Addio a Eva Marie Saint, la bionda che Hitchcock provò a costruire e non riuscì a contenere

Scompare a 102 anni una delle ultime grandi signore della Hollywood classica. Oscar con “Fronte del porto”, icona con “Intrigo internazionale”, attraversò il cinema dei giganti senza mai diventare soltanto la creatura di qualcun altro.

Addio a Eva Marie Saint, la bionda che Hitchcock provò a costruire e non riuscì a contenere

Con lei se ne va un altro frammento di quella Hollywood in cui le star avevano ancora il diritto di essere misteriose, i registi coltivavano ossessioni senza bisogno di nasconderle e il glamour non era ancora una strategia di marketing. La Saint, però, aveva qualcosa che la rendeva diversa da molte altre: non sembrava minimamente interessata a fare la diva.

Quando arrivò al cinema con Fronte del porto, accanto a Marlon Brando, non aveva l’aria di una debuttante mandata allo sbaraglio. Possedeva già una misura, una disciplina, una naturalezza quasi insolente. Recitava senza far trapelare lo sforzo, che è poi una delle forme più rare di bravura. Il risultato fu un Oscar al primo film. Una partenza che avrebbe autorizzato qualunque attrice a montarsi la testa. Lei, invece, continuò a comportarsi come se il mestiere venisse prima del monumento.

Hitchcock e la sua fissazione

Poi arrivò Alfred Hitchcock. E lì la faccenda si fece più interessante. Il regista inglese aveva con le bionde un rapporto che andava molto oltre il semplice gusto estetico. Le voleva eleganti, fredde in superficie, ambigue, apparentemente irraggiungibili. Non si limitava a scegliere le attrici: ne progettava l’immagine con una precisione quasi feticistica. Capelli, abiti, trucco, postura. Tutto doveva rispondere a una geometria precisa. Con Eva Marie Saint fece lo stesso.

Per Intrigo internazionale la trasformò nella donna perfetta da mettere accanto a Cary Grant: sofisticata, misteriosa, abbastanza sfuggente da far perdere l’orientamento a chiunque. Ma Hitchcock aveva un problema con le sue bionde migliori: pretendeva di fabbricarle, salvo poi scoprire che il loro talento eccedeva sempre il progetto. Eva Marie Saint ne è forse uno degli esempi più riusciti.

Il regista poteva scegliere il vestito, calibrare il trucco, disegnare l’ingresso in scena. Ma quello sguardo, quella calma, quella capacità di rendere un’ambiguità senza sottolinearla erano soltanto suoi. Ed è per questo che Eve Kendall non sembra mai un semplice feticcio hitchcockiano. Seduce senza esibirsi, inganna senza diventare caricatura, tiene testa a Cary Grant senza bisogno di strappargli la scena.

Il lusso di non inseguire il successo

Eva Marie Saint ebbe anche un’altra qualità oggi quasi inconcepibile: sapeva sottrarsi. Non ebbe paura di rallentare, di scegliere la famiglia, di stare lontana dal cinema quando sentiva che era il momento. In un sistema che vive di visibilità continua, fu quasi una forma di insubordinazione. Eppure il cinema tornava sempre a cercarla.

Non fu mai una star costruita sul rumore, né una vecchia gloria costretta a esibire il proprio passato. Rimase un’attrice. Una di quelle capaci di attraversare decenni senza trasformarsi nella caricatura di se stesse. Forse è proprio questo che oggi colpisce di più. Eva Marie Saint apparteneva a un’epoca in cui Hollywood voleva trasformare gli attori in miti. Lei riuscì nell’impresa più complicata: diventare un mito restando una persona.

E perfino Hitchcock, che delle bionde pensava di poter controllare ogni dettaglio, dovette farsene una ragione.