Si è spenta la voce di Alberto Bevilacqua, ma la sua penna era muta già da qualche tempo. Per i più giovani o i letterariamente distratti, era quel signore che possono rivedere su internet nei filmati del Maurizio Costanzo Show al Teatro Parioli nei fiammeggianti Anni Novanta televisivi, spesso insieme a un giovane critico d’arte che si ravvivava i capelli in maniera nervosa e che avrebbe avuto un certo successo.
Artisticamente battezzato da Leonardo Sciascia che aveva apprezzato alcuni suoi racconti, Bevilacqua ebbe la consacrazione definitiva con la trasposizione cinematografica del romanzo “La Califfa”, grazie anche all’interpretazione di una sublime Romy Schneider. Per i romani di sette generazioni era lo scrittore borghese per antonomasia, che potevi incontrare al Caffè Euclide oppure dai “bouquinistes” intento a spulciare libri, totus in illis ma sempre disponibile a commentare un fatto di cronaca o a confrontarsi con chiunque.
La visibilità televisiva gli portò anche qualche incidente di percorso con i “manoscrittari” della Capitale e non solo che lo assediavano a frotte per avere un parere di lettura, un suggerimento, o una lettera di accompagnamento.
Non negò mai consigli e neanche censure esistenziali, spesso decise. Esemplare il suo giudizio verso uno studentello in Giurisprudenza aspirante scrittore che era arrivato a perseguitarlo con un libello aspettandolo sotto casa. Trovatosi alle strette, Bevilacqua lo apostrofò secco: “Lasci perdere, scrivere non è come vivere. Nel suo caso è inutile ostinarsi”. Quello gli diede retta a metà, cominciò a redigere per un quotidiano sportivo cronache strampalate e sui generis con soddisfazione di lettori.
Quando non ne poteva più – raccontano le cronache – si rifugiava nella penombra della Libreria Croce di Corso Vittorio Emanuele, poteva rimanerci per ore, in conversazione con i suoi lettori ai quali prima di autografare un volume sottoponeva un test di lettura micidiale, chiedendogli informazioni circa un personaggio totalmente inventato nel libro. La mancanza di reazione comportava l’espulsione immediata dalla conversazione. Una piccola ma efficace strategia per tenere a bada i cacciatori di autografi.
Alcune dame romane, accorrevano in taxi dai Parioli o dalla Collina Fleming per parlare con il Maestro, confessargli i loro sentimenti, raccontare le scene dei suoi libri nelle quali si identificavano di più. C’era un’atmosfera strana, odore di sacrestia dell’anima, di sentimenti profondi. Il libraio Remo Croce ridacchiava nell’ombra, perché sapeva che il Maestro avrebbe utilizzato parecchio di quel materiale per i suoi scritti.
Il mio ricordo personale, anche io volevo consegnargli un plico diretto negli uffici della Mondadori di Via Sicilia , è davanti a Ponte Sisto sul finire degli Anni Ottanta. Mi disse ironico che “da Moravia c’erano gli alieni”, nel senso che era pieno di giornalisti e televisioni che volevano intervistarlo provenienti da mezzo mondo. Per noi resterà vivo fino a quando continuerà ad essere letto.
Di Patrizio J. Macci
