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L’Avvenire scomunica Marino. “Ci farà rimanere in mutande”

Il quotidiano dei vescovi italiani spara palle di cannone infuocate contro il sindaco, troppo universalista per poter amministrare una città come Roma. Da oltretevere arriva l’ironica richiesta di un riconoscimento di una indennità di romanità per logorio da stress, per i furti di tempo e i danni economici causati dal dramma giornaliero di vivere nella Capitale: i cittadini si devono destreggiare nell’incubo del traffico e sopravvivere a cortei e manifestazioni sempre più violente. E come se non bastasse si trovano ad essere i più tartassati d’Italia, che rischiano di salire ancora, nonostante le promesse di Marino da Genova

Fuoco alle polveri dei cannoni di Trastevere, contro Marino da Genova arriva una pagina di fuoco sul quotidiano dei vescovi italiani. Una vera e propria scomunica che l’Avvenire scaglia sul sindaco di Roma pronto a spogliarsi se la sua squadra del cuore vincerà il campionato di calcio, come dichiarato in una recente intervista radiofonica, inoculando l’atroce dubbio ai romani di essere davvero rimasti in mutande.

Altro che taglio del cuneo fiscale, da oltretevere arriva l’ironica richiesta a firma di Danilo Paolini di un riconoscimento di una indennità di romanità per logorio da stress, per i furti di tempo e i danni economici causati dal giornaliero traffico della Capitale, quando non è aggravato da cortei e manifestazioni. Non un atto d’accusa, poiché i i romani sono abituati fin troppo bene al gioco dello scaricabarile, ma un grido di accusa che circola sotto il Cupolone contro l’inefficacia dell’azione di un sindaco fin troppo universalista: val bene l’essere una città che accoglie i cittadini del mondo, ma il suo sindaco nato a Genova e vissuto per lavoro tra Palermo e gli Stati Uniti forse è davvero troppo “marziano” per governare la città.
Che la Curia non abbia gradito Ignazio Marino lo testimonia la seconda bordata in pochi mesi, quando già al momento della sua candidatura il quotidiano della Cei titolava “rischio-deriva sui valori. A Roma serve un amministratore, non un ideologo“. Non piacque allora la scelta del popolo delle primarie che mise l’alloro sulla testa del paladino delle battaglie laiche, l’esponente democratico meno vicino alle gerarchie vaticane. Sparò allora contro la sua corsa, amplificando i malumori interni, e torna a cannoneggiare oggi che amministra una città che pare più una giungla che una grande capitale europe.
Non serve avere lo stesso nome di un paese dei Castelli Romani, la credibilità va conquistata sul campo: la promessa di non aumentare le tasse pare già essere tramontata per colmare l’ennesimo buco che si è aperto nelle casse di una delle municipalizzate: 53 milioni di euro che mancano ad Ama, e che rischiano di essere presi dalle tasche dei soliti cittadini.