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Bocciati Zingaretti e Marino. Enti locali a “rischio Porcellum”

LA MANNAIA. Affaritaliani.it apre il dibattito sugli effetti che la sentenza della Consulta avrà su Regione e Comune. Scrive Lucio D’Ubaldo: “La Corte induce a riconsiderare i sistemi elettorali che hanno portato all’elezione di sindaco e presidente dei Regione”. L’effetto cascata boccia le liste bloccate che “non consentono all’elettore di esprimere una preferenza”.

La conclusione: “E’ ora di riaprire il confronto politico su tutta la materia elettorale perché in nome della governabilità non si possono distorcere i principi che l’ordinamento costituzionale pone a presidio della partecipazione popolare”

di Lucio D’Ubaldo

La sentenza della Corte costituzionale cancella le esagerazioni del Porcellum, ma induce a riconsiderare anche le analoghe esagerazioni di quello che potremmo definire il Porcellinum regionale. Anzi, a rigor di logica, il giudizio di incostituzionalità che muove dalla irragionevolezza del premio di maggioranza non può non interessare la stessa legge elettorale degli enti locali.
È un quadro che nell’insieme, in forza di un vincolo di coerenza, impone un’attenta e puntuale ricognizione degli effetti a cascata che la decisione dei giudici della Consulta produce all’interno dell’ordinamento delle istituzioni rappresentative delle comunità territoriali.


 

Intanto occorre rilevare una prima distorsione che giunge a palesarsi nei Comuni dopo la sentenza. La legge elettorale dei sindaci, costruita sul doppio turno e quindi sulla competizione finale tra i due contendenti più votati, assegna allo schieramento vittorioso un premio di maggioranza svincolato da qualsiasi quorum. Non di rado, una coalizione trainata dal candidato che prevale al ballottaggio, con appena il 25-30 per cento dei consensi raccolti al primo turno si ritrova comodamente assisa sulla prevista “maggioranza legale” del 60 per cento. Marino, per altro accompagnato al successo sotto il cielo cupo di un astensionismo impressionante, ha di poco superato il 40 per cento. Come si può ignorare, insomma, che l’assenza di una soglia di accesso al premio di maggioranza – adesso censurata sul piano nazionale a proposito del Porcellum – non implichi a livello locale una precisa correzione in linea con la necessità di escludere l’elemento di irragionevolezza presente, appunto, nella elezione dei primi cittadini?

ignazio marino
 

Invece il sistema che per lo più adottano le Regioni, il cosiddetto Tatarellum, non ha il difetto di dilatare senza equo criterio la rappresentanza della coalizione a sostegno del Presidente eletto. Infatti, il premio di maggioranza consiste nell’attribuzione di una quota fissa, pari al 20 per cento, legata al listino. In qualche misura, la rigidità del premio equivale a una nascosta previsione del quorum giacché assicura o non assicura, a seconda dei casi, la piena governabilità: una coalizione sotto il 40 per cento rischia di non avere la maggioranza assoluta dei consiglieri regionali.
Tutto bene? Nient’affatto. La mannaia della Corte costituzionale si è anche abbattuta, come ampiamente illustrato dalla stampa in queste ore, sul meccanismo delle liste bloccate che “non consentono – dice il comunicato finale – all’elettore di esprimere una preferenza”. È quello, esattamente, che avviene con il listino del Presidente: alcuni sono eletti a prescindere dalla verifica di gradimento da parte dell’elettorato. Ad esempio nel Lazio, su 50 componenti del Consiglio, 10 sono emanazione diretta e insindacabile del Presidente Zingaretti. Ecco perché, qui in apertura, si è fatto polemicamente cenno a una sorta di Porcellinum a dimensione regionale. D’altronde, in passato, vari progetti di riforma mai approvati collegavano il premio al “ripescaggio” dei primi dei non eletti all’interno liste collegate al Presidente.
È tempo, dunque, di riaprire il confronto politico su tutta la materia elettorale. In nome della governabilità non si possono distorcere i principi che l’ordinamento costituzionale pone a presidio della partecipazione popolare e della corretta rappresentanza nelle istituzioni. Da oggi cade la falsa retorica o meglio la prosopopea del maggioritario a cui si deve, in ultima istanza, l’incancrenirsi del fenomeno di massiccia e preoccupante diserzione dalle urne.