Il leader dei Culture Club pubblica “We Will Dance Again”, un brano che nega il genocidio palestinese e attacca gli artisti schierati per Gaza. Una propaganda in levare che trasforma la tragedia in ritornello. E pensare che negli anni Novanta lo incontrai a Rock FM: ci provò con me per tutto il tempo. Era decisamente più simpatico.
Da “Karma Chameleon” al karaoke della propaganda
«Voi dite genocidio, io dico guerra». Basterebbe questo verso per archiviare We Will Dance Again, il nuovo brano di Boy George, nella categoria delle canzoni che sarebbe stato meglio non scrivere. Il frontman dei Culture Club lo ha pubblicato sui social, accompagnandolo con uno “Shalom” e affidando a un reggae da cartolina la difesa dell’offensiva israeliana a Gaza.
Nessuno può cancellare l’orrore del 7 ottobre, il massacro del Nova Festival, gli ostaggi, gli stupri e i civili assassinati da Hamas. Ma proprio perché la memoria non può essere selettiva, non si possono cancellare neppure le decine di migliaia di palestinesi uccisi, i bambini sepolti sotto le macerie, gli ospedali devastati, la fame e lo sfollamento di un’intera popolazione.
Amnesty International ha concluso che Israele ha commesso un genocidio a Gaza; analoghe accuse sono state formulate da commissioni delle Nazioni Unite, mentre il governo israeliano le respinge con decisione. Boy George, però, non argomenta: mette tutto in musica, liquida i rapporti internazionali e accusa di comportarsi come pecore i musicisti che espongono la bandiera palestinese.
Quando Boy George ci provò con me a Rock FM
La faccenda mi provoca anche una piccola vertigine personale. Negli anni Novanta, quando lavoravo come autore e conduttore a Radio Rock FM, Boy George venne da noi per promuovere un suo lavoro. Durante l’incontro ci provò con me in maniera tanto insistente quanto inequivocabile, invitandomi a cena. Non ricambiai, ma conservai il ricordo divertito di un artista intelligente, libero, provocatorio e capace di prendersi poco sul serio.
Oggi ritrovo invece un predicatore con il turbante, impegnato a trasformare un dramma immenso in una filastrocca ideologica. Non scandalizza il suo sostegno a Israele né l’amicizia dichiarata verso la comunità ebraica. È ripugnante il tentativo di usare il massacro del 7 ottobre come lasciapassare morale per negare ciò che sta avvenendo ora.
Nel 2009 George O’Dowd – questo il vero nome dell’artista – fu condannato a quindici mesi per aver sequestrato un escort norvegese. Non è un argomento per giudicare una canzone, ma dovrebbe avergli insegnato almeno questo: chiamare la violenza con un nome diverso non la rende meno violenta.

