La Procura di Roma chiede l’archiviazione dell’inchiesta riaperta grazie alle nuove tecnologie investigative. Le impronte recuperate dai RIS non portano a nessun nome e la famiglia perde l’ultima speranza di conoscere la verità sull’omicidio della commercialista trovata morta in un armadio nel 1994.
Un cold case che continua a sfidare la giustizia
Trentadue anni dopo, il caso di Antonella Di Veroli rischia di restare per sempre senza risposta. La riapertura del fascicolo, avvenuta nel 2025, aveva riacceso le speranze della famiglia. L’idea era semplice: utilizzare le moderne tecniche investigative per rileggere reperti e tracce raccolti oltre tre decenni fa, quando la scienza forense non disponeva degli strumenti oggi disponibili.
Le nuove analisi non svelano il mistero
Gli accertamenti affidati ai RIS dei Carabinieri hanno consentito di recuperare alcune impronte digitali mai identificate in precedenza. Le tracce erano state rinvenute su oggetti presenti nell’abitazione della vittima e sull’anta interna dell’armadio che ha dato il nome al caso. Per mesi gli investigatori hanno confrontato quei frammenti con numerosi soggetti finiti sotto la lente degli inquirenti. Tuttavia nessuna comparazione ha prodotto risultati utili. Anche le intercettazioni e gli approfondimenti svolti nel corso della nuova indagine non hanno portato a elementi concreti in grado di individuare un responsabile.
A complicare ulteriormente il lavoro degli investigatori è stato il tempo trascorso. Molte delle persone esaminate oggi hanno un’età avanzata e, in diversi casi, le impronte risultano deteriorate o difficilmente leggibili, rendendo ancora più complesso ogni confronto scientifico.
L’amarezza della famiglia: “Questa volta ci credevamo davvero”
La richiesta di archiviazione rappresenta un colpo durissimo per i familiari di Antonella Di Veroli. Per anni la sorella Carla ha continuato a chiedere che il caso non venisse dimenticato, sostenendo ogni tentativo di riportare l’attenzione su un omicidio rimasto senza colpevole. Proprio la riapertura dell’indagine aveva alimentato nuove aspettative. Oggi, però, prevale la delusione. Pur riconoscendo il lavoro svolto da magistrati e investigatori, la famiglia prende atto che gli elementi raccolti non consentono di sostenere un’accusa in tribunale. Così il delitto dell’armadio, uno dei cold case più enigmatici della storia recente di Roma, si avvicina a una conclusione amara: quella di un mistero destinato a rimanere irrisolto. Non una verità giudiziaria, non un nome, non un processo. Come se non fosse successo niente.

