Christopher Nolan ha vinto ancora, almeno nella sfida più importante per l’industria cinematografica: trasformare l’uscita di un film in un avvenimento. La sua Odissea non si limita ad arrivare nelle sale, ma invita il pubblico a partecipare a un rito collettivo. Bisogna vederla sullo schermo più grande, possibilmente in IMAX 70 millimetri, e poi raccontare di essere saliti sulla nave prima degli altri.
I numeri sostengono l’impresa: 264 milioni di dollari nel primo fine settimana mondiale e, negli Stati Uniti, metà del pubblico compresa tra i 18 e i 34 anni. Omero conquista dunque la generazione dei social, anche se ad attirarla potrebbe essere stato soprattutto l’evento tecnologico costruito intorno al film.
Il formato diventa parte della storia
Girata interamente con cineprese IMAX, l’opera può essere proiettata nel formato preferito dal regista soltanto in 41 sale nel mondo. Nessuna si trova in Italia. La visione “autentica” diventa così un pellegrinaggio cinefilo: non basta vedere il film, occorre raggiungere il santuario adatto.
Sul piano tecnico il risultato è impressionante. La fotografia di Hoyte van Hoytema, il mare, le battaglie e le creature mitologiche restituiscono una fisicità quasi sensoriale., facendo percepire allo spettatore l’odore dell’acqua, del sangue e dei fiori, leggendo il poema come una riflessione sul potere delle storie: racconti capaci di consolare e ingannare, dividere e liberare.
Quando Ulisse comincia ad assomigliare a Nolan
Non tutto è oro anche se luccica. La pellicola, come era lecito aspettarsi, è incapace di raggiungere la profondità di Omero, con alcuni personaggi appena tratteggiati e un cast prestigioso non sempre valorizzato. Anne Hathaway che interpreta la figura centrale di Penelope, Tom Holland in quelli di Telemaco, Charlize Theron in quelli di Calipso, Zendaya in quelli di Atena e Robert Pattinson in quelli di Antinoo deludono abbastanza, nonostante i loro curriculum cinematografici di tutto rispetto. Riducendo gli dei e modificando episodi e figure centrali, Nolan sposta il racconto dall’astuzia di Ulisse al trauma del guerriero. Il mito viene ricondotto alle ossessioni abituali del regista: il tempo, la colpa, la memoria e gli uomini incapaci di tornare davvero a casa.
In alcuni punti Matt Damon nei panni dell’eroe omerico sembra la versione ante litteram di Bruce Willis in Die Hard. Quando torna a Itaca sotto le mentite spoglie di un mendicante, dice a Telemaco «I’m a veteran of the Trojan war», una frase che non può non strappare la risata per due motivi: sia perché «veterano» suona molto Vietnam… ed anche perché, per gli americani, i Trojan sono i profilattici! Che dire di quel personaggio di tremila anni fa che dice a un altro «You lucky bastard»…
Insomma, alla fine si tratta di un’opera grandiosa, spettacolare e a tratti se vogliamo pure travolgente. Ma mentre costruisce un monumento a Omero, Nolan finisce per sistemarsi proprio davanti alla statua.

