Pratiche esoteriche, riti voodoo ed un debito di 70mila euro. Con questi metodi erano tenute sotto scacco giovani donne arrivate dall’Africa, ridotte in schiavitù e costrette a prostituirsi. C’è la mafia nigeriana nel mirino del blitz del Ros e del Comando provinciale dei carabinieri di Roma che ha portato all’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico di 34 indagati per associazione di tipo mafioso e associazione finalizzata al traffico di droga, aggravati dalla transnazionalità del reato, riduzione in schiavitù, tratta di esseri umani, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, sfruttamento della prostituzione, riciclaggio e altri gravi delitti.
Al centro delle indagini, “un pericoloso sodalizio in grado di gestire, con modalità tipicamente mafiose, diversificate attività illecite nei remunerativi settori del traffico e sfruttamento di esseri umani, del narcotraffico e del riciclaggio degli ingentissimi proventi”. Grazie alla cooperazione internazionale instaurata con le autorità della Repubblica del Togo è stato possibile ricostruire l’intera filiera della tratta di giovani donne.
Un giro d’affari milionario che poteva contare su una “forza lavoro” composta da circa 250 le ragazze, tutte maggiorenni tra i 18 e i 21 anni, che la banda costringeva a prostituire. Le donne erano reclutate in Nigeria sulla base di caratteristiche fisiche indicate dalle “madame”. Trasferite poi nel Togo, qui venivano “provate”, sottoponendole a violenza sessuale. La banda in cambio dava12mila euro alla famiglia della donna, somma con cui venivano pagati anche i documenti falsi. Giunte in Italia, qui arrivavano già con un debito di ingaggio pari a 70mila euro. La restituzione di tale somma era la porta per la libertà. Una libertà però complessa da raggiungere, soprattutto per le difficoltà ad uscire dal “giro”. Spesso infatti le ragazze sfruttate, diventavano a loro volta madame.
