Dall’intelligenza artificiale all’energia, passando per le relazioni internazionali e la gestione delle grandi crisi globali: nel 2026 le metropoli come la nostra Capitale stanno assumendo un ruolo che fino a pochi anni fa apparteneva quasi esclusivamente agli Stati
Per lungo tempo la politica internazionale è stata raccontata come una partita fra Stati. Washington contro Pechino, Bruxelles contro Mosca, le cancellerie, i ministeri degli Esteri, i vertici internazionali e via discorrendo. Tuttavia, negli ultimi anni pare che qualcosa stia cambiando. Del resto, le grandi sfide del nostro tempo, dalla transizione energetica all’intelligenza artificiale, passando per le migrazioni e la crisi climatica, si manifestano innanzitutto nelle città e sono le amministrazioni locali a doverne gestire l’impatto, la conseguente pressione sui servizi pubblici, la formulazione di risposte efficaci e l’attrazione di investimenti internazionali.
In quest’ottica, di recente sembrerebbe aver preso piede un fenomeno che gli studiosi e le istituzioni chiamano “city diplomacy”, in riferimento alla capacità delle città di agire sulla scena internazionale attraverso reti di collaborazione, relazioni economiche, iniziative politiche e partnership strategiche. Lo dimostrano i lavori dell’Urban7, il forum che riunisce le realtà urbane più importanti dei Paesi del G7 e che nel giugno 2026, durante la presidenza francese, ha organizzato a Nancy un vertice dedicato alla funzione che quest’ultime esercitano nella governance globale, nella resilienza democratica e nella cooperazione.
Dalla geopolitica degli Stati alla geopolitica delle città
Il cambiamento è visibile soprattutto in Europa. Basti pensare alla rete Eurocities, nata nel 1986 e oggi composta da oltre 200 grandi città europee che rappresentano più di 130 milioni di cittadini, che ha progressivamente trasformato il proprio ruolo da semplice organismo di coordinamento a piattaforma politica capace di influenzare le politiche comunitarie. Tra i suoi obiettivi dichiarati vi è, ad esempio, quello di rafforzare il peso delle realtà metropolitane nelle decisioni europee in materia di clima, mobilità, innovazione e sviluppo economico. Di conseguenza, non è un caso che la Conferenza Eurocities 2026, svoltasi a Utrecht, abbia dedicato una parte centrale dei lavori esclusivamente ai temi della democrazia urbana, della solidarietà tra città e della city diplomacy. I sindaci europei hanno discusso di come le amministrazioni locali possano diventare protagoniste di una nuova fase geopolitica caratterizzata da tensioni, transizione ecologica e rivoluzione digitale.
A tal proposito, secondo Lorenzo Kihlgren Grandi, fondatore del City Diplomacy Lab e tra i maggiori studiosi internazionali del settore, le città stanno assumendo un ruolo crescente nell’affrontare questioni che tradizionalmente erano considerate di competenza statale, come il cambiamento climatico, i flussi migratori e i conflitti. La ragione è semplice: i problemi globali hanno ormai una dimensione urbana.
Uno dei casi più evidenti relazionati a questa nuova tendenza riguarda l’intelligenza artificiale. La corsa mondiale ai data center, infrastrutture essenziali per sostenere l’IA, sta generando pressioni sui territori che fino a poco tempo fa erano per noi sconosciute in materia di energia, consumo di acqua, disponibilità di terreni e sostenibilità ambientale. Questioni che, in maniera inevitabile, ricadono direttamente sulle amministrazioni locali, 40 delle quali, nelle scorse settimane, hanno promosso iniziative di coordinamento internazionale per affrontare gli effetti della crescita dei data center. Una dinamica che evidenzia come i sindaci si trovino spesso in prima linea nella gestione concreta delle conseguenze della rivoluzione tecnologica, mentre i governi nazionali discutono ancora di strategie e regolamentazioni.
Roma cerca il proprio spazio nel Mediterraneo
In questo scenario anche Roma, già membro di Eurocities, prova a costruirsi una sua identità internazionale, tant’è che è divenuta sede di iniziative dedicate proprio alla diplomazia urbana. Tra queste risalta particolarmente il progetto “Rome-Baghdad-Riyadh-Tehran“, promosso dall’Istituto Affari Internazionali, che ha riunito amministratori, urbanisti e rappresentanti istituzionali provenienti da alcune delle principali città del Medio Oriente con l’intento di costruire forme innovative di cooperazione tra aree urbane mediterranee e mediorientali. Insomma, è evidente che l’idea di fondo sia che le città possano diventare strumenti di dialogo persino laddove si presentano ostacoli che la diplomazia tradizionale fatica a superare.
Naturalmente sarebbe prematuro sostenere che le città siano destinate a sostituire gli Stati. Le competenze in materia di difesa, politica estera e sicurezza restano saldamente nelle mani dei governi nazionali. Ciò nonostante, appare sempre più chiaro come le grandi trasformazioni economiche, ambientali e tecnologiche del XXI secolo passino inevitabilmente dai centri urbani. Perciò, Roma può giocare una partita tutt’altro che marginale. Forte della sua posizione nel Mediterraneo, del suo patrimonio istituzionale e della sua capacità di attrarre investimenti, ha l’opportunità di diventare uno dei laboratori europei della city diplomacy più efficienti, perché se il Novecento è stato il secolo delle superpotenze, il XXI potrebbe essere quello delle grandi città.

