Roberto Saviano nel suo ultimo libro dedicato al narcotraffico aveva menzionato “il Principe” etichettandolo come un ricco romano legato alle n’drine calabresi, tanto rispettato per la sua capacità organizzativa da poter gestire in sicurezza notevoli carichi di stupefacenti in arrivo nella Capitale.
Quando gli agenti hanno fatto irruzione nella sua casa ha detto di chiamarsi Giovanni Battista, esibendo un documento intestato ad altra persona, ma vani sono risultati i tentativi da parte di Massimiliano Avesani di eludere la cattura. Alla fine, a denti stretti, ha riconosciuto l’abilità degli investigatori, complimentandosi.
L’uomo vanta un excursus criminale di assoluto rilievo, cerniera tra la criminalità organizzata calabrese e quella romana e ingranaggio fondamentale nel macchinario del narcotraffico internazionale. Su di lui hanno investigato le Procure calabresi e romana e più Forze di Polizia. A far scattare il blitz degli uomini della Mobile, appostati nei pressi di quella che era stata individuata come la sua abitazione, è stato l’incontro dell’Avesano con un uomo, A. P., di Gioia Tauro, indagato in stato di libertà per favoreggiamento personale e rimasto coinvolto con l’Avesani nelle indagini per traffico internazionale di stupefacenti.
Nel corso della perquisizione domiciliare, ad Avesani sono stati sequestrati documenti di identità in bianco, indicativi di una latitanza iniziata un anno e mezzo fa, ben pianificata e destinata, nelle intenzioni, a durare ancora a lungo. Il Principe è stato portato nel carcere di Rebibbia, ove dovrà scontare la lunga condanna della quale è destinatario.

