di Patrizio J. Macci
Ventiquattro fatti di sangue consumati nella Capitale infilati come perle di un rosario della memoria, una catena ininterrotta di violenza dalla fine degli Anni Settanta ad oggi raccontati con uno stile asciutto, e con l’occhio smaliziato della cronista.
Questo è “Roma giallo e nera” di Flaminia Savelli edito dalla Newton Compton. Non è un caso che la narrazione inizi con uno dei casi “archetipici” per la cronache romane del dopoguerra, quello dei malviventi dell’”Arancia Meccanica” specializzati nell’assalto delle residenze nei quartieri della “Roma bene”: la Capitale ha il suo battesimo di sangue a domicilio, la criminalità si struttura, per la prima volta si affaccia l’idea del crimine come strumento di mobilità sociale, di riscatto: i poveri che rubano ai ricchi per cercare in qualche modo di riscattarsi.

E poi il cuore dell’Italia nel pozzo con il caso di Alfredino Rampi e la nascita della televisione del dolore in diretta, il mistero mai risolto dell’imbracatura di Alfredo, il buco nero di una vicenda che nessun processo è riuscito a risolvere nonostante l’analisi minuziosa dei filmati e il confronto con i protagonisti della vicenda. Alcuni dei “fattacci” raccontati non hanno ancora trovato una soluzione definitiva, oppure aspettano l’intelligenza risolutiva di un investigatore in grado di dare una nuova lettura alle carte processuali, come il delitto di Via Poma, dove ormai si fa fatica a distinguere il bailamme giornalistico dagli eventi storici.
Questo è il grande merito del libro soprattutto con gli eventi più lontani nel tempo, quello di non cedere mai alla tentazione di romanzare i fatti, ma di offrire al lettore la nuda verità con la disarmante ammissione che spesso i morti (ammazzati) non troveranno pace. Procedendo nella lettura, due sono le sensazioni che attraversano il lettore (almeno fino al delitto “al Cianuro”): la prima è che quando le indagini non imboccano la via giusta per imperizia degli investigatori le probabilità che in giudizio venga fatta chiarezza diminuiscono in maniera drastica: il tempo è il miglior alleato degli assassini, il sangue nonostante le tecnologie sbiadisce sempre. L’altra, last but not least, è il repentino cambiamento nella percezione del delitto come evento nel panorama delle notizie: oramai Roma è diventata una città nella quale l’uso delle armi, l’omicidio come risoluzione dei conflitti interpersonali, è divenuta una pratica comune. È diventata uno spietato rito liberatorio, la catarsi di chi incosciamente reclama un momento di notorietà prima di venire inghiottito nella sorda vischiosa continuità dell’esistere.
