C’è stato un tempo in cui le processioni erano fatte di ceri, rosari e statue portate a spalla. Oggi, evidentemente, serve un aggiornamento del software. A Bosco, nel Cilento, è andata in scena “Machina Sacra”, definita la prima processione digitale italiana: al posto del santo un enorme schermo, al posto dei lumini gli smartphone dei partecipanti e, a dirigere il “rito”, un algoritmo di intelligenza artificiale.
L’immagine è irresistibile. Da lontano sembra una tradizionale manifestazione religiosa. Da vicino, però, ci si accorge che nessuno guarda il cielo: sono tutti chini sul telefono. Del resto, è la postura ufficiale del XXI secolo. La testa bassa non è più segno di raccoglimento, ma di connessione. Gli ideatori assicurano che non volevano prendere in giro la fede. E c’è da credergli. In fondo non ce n’era bisogno: ci pensa già la realtà.
La nuova religione? Notifiche, QR Code e batteria al 100%
La provocazione funziona proprio perché racconta una verità piuttosto scomoda. Ogni giorno celebriamo inconsapevolmente la liturgia dello smartphone. Lo consultiamo appena svegli, lo accarezziamo centinaia di volte, gli affidiamo ricordi, emozioni, denaro, amicizie, segreti e persino le risposte alle domande che una volta rivolgevamo al parroco, al professore o ai genitori.
Cambiano i simboli, ma il rito resta. Al posto dell’acquasantiera c’è il QR Code. Al posto del cero votivo lo schermo OLED. Il vero peccato mortale? Restare senza batteria. L’intelligenza artificiale, poi, completa il quadro. Una volta si cercavano illuminazioni spirituali; oggi basta digitare un prompt e attendere qualche secondo. Amen, versione digitale.
Se il telefono diventa il nuovo oggetto di culto
La performance del Cilento, secondo gli organizzatori, voleva far riflettere. Missione compiuta. Perché il punto non è scandalizzarsi per uno schermo portato in processione. Il punto è chiedersi se quella scena non rappresenti semplicemente ciò che siamo diventati.
Le scuole vietano gli smartphone in aula, mentre fuori dalle classi nessuno riesce a trascorrere cinque minuti senza controllare una notifica. Non serve un sociologo provetto per capire che il telefono è ormai il primo oggetto che tocchiamo al mattino e l’ultimo prima di dormire. Più che un accessorio, è un compagno di vita. O forse un direttore spirituale.
Alla fine “Machina Sacra” lascia una domanda che vale molto più della provocazione artistica: siamo noi a usare la tecnologia o è la tecnologia che, con estrema gentilezza e – subdolamente – senza mai alzare la voce, ci porta quotidianamente in processione? Perché, se è così, il prossimo miracolo non sarà moltiplicare i pani e i pesci, ma riuscire a spegnere il cellulare per un’intera giornata. E quello sì che meriterebbe una canonizzazione.

