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Disfatta mondiale: stop al blocco pallonaro

Nella vergognosa fine dell’avventura Azzurra in Brasile c’è del positivo. Il battito d’ali della farfalla in Amazzonia ha sempre prodotto vere tempeste a Roma dove notoriamente, se c’è il pallone o non si lavora o si fa finta. Se proprio va bene si lavora poco. Anche martedì 24 giugno, giorno calcisticamente nefasto, la città s’è rifermata per organizzarsi nella visione del delirio.
I primi a dare il cattivo esempio sono stati i consiglieri comunali di Roma Capitale. Sono veri specialisti del “blocco pallonaio”, accesi sostenitori della pausa-partita che osservano con un rispetto istituzionale, magari in attesa di cambiare lo statuto e inserire ex lege il diritto del consigliere ad assistere alle giocate di “aaaRoma e aaaLazio con una deroga speciale per AaaaNazionale”.
Così per miracolo c’è chi è uscito dall’Aula Giulio Cesare e chi tatticamente ha chiesto la verifica delle presenze, constatando con grande amarezza che l’assemblea degli eletti non poteva proseguire per mancanza del numero legale. E’ accaduto tutto in pochi secondi, nel rispetto di una liturgia della politica che non cambia e non vuole cambiare. Basterebbe solo “non convocare” e il gioco sarebbe fatto. Invece si umilia l’elettore, facendo credere che in Campidoglio si suda come contro l’Uruguay.
E visto che la politica dà sempre l’esempio, il resto della città s’adegua. Se si gioca al venerdì, già dalle prime ore del mattino si contano i “permessi” per uscire prima e riunire il rito pallonaro col week end. Un po’ come gli sciopero che capitano a ridosso del fine settimana, le partite di calcio allungano il fine settimana. Viceversa, se l’appuntamento col piacere del calcio è infrasettimanale, al mattino c’è grande frenesia di fare, dopo l’ora di pranzo è come se la città si spegnesse.
Nella disfatta mondiale, c’è dunque un lato positivo. Via gli alibi, bisogna lavorare. A partire dal Campidoglio.