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Droga a Rebibbia durante i colloqui con i detenuti: fra gli arrestati anche un’avvocata

Un vero e proprio sistema seriale per introdurre stupefacenti in carcere sfruttando il tesserino professionale. Blitz del Nic della Polizia Penitenziaria coordinato dalla DDA

Droga a Rebibbia durante i colloqui con i detenuti: fra gli arrestati anche un’avvocata

Droga tra le mura del carcere di Roma Rebibbia Nuovo Complesso. Un giro d’affari illecito è stato stroncato dal Nucleo Investigativo Centrale (Nic) della Polizia Penitenziaria, che ha dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip di Roma. Il bilancio dell’operazione conta tre indagati: per due uomini si sono aperte le porte del carcere, mentre per una donna, un avvocato appartenente al Foro di Roma, sono scattati gli arresti domiciliari.

L’inchiesta, coordinata nei minimi dettagli dalla Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) capitolina, ha svelato un meccanismo ben oliato che sfruttava le garanzie costituzionali della difesa per tutt’altri scopi.

Il meccanismo: la professione al servizio dello spaccio

Le accuse per i tre indagati sono pesanti: trasporto, detenzione e introduzione illecita di significativi quantitativi di sostanze stupefacenti all’interno del penitenziario, in concorso tra loro. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, la mente dell’attività era un detenuto all’interno di Rebibbia, che ricopriva il ruolo di mandante e organizzatore del traffico.

l punto di forza del sistema sarebbe stato proprio il ruolo dell’avvocata, considerata dagli investigatori un corriere insospettabile. Sfruttando le prerogative connesse all’esercizio della professione e la particolare riservatezza che caratterizza gli incontri tra legale e assistito, la professionista avrebbe introdotto gli stupefacenti nel carcere per poi consegnarli direttamente al detenuto durante i colloqui, evitando così i normali controlli cui sono sottoposti visitatori e pacchi destinati ai reclusi.

L’ipotesi investigativa: un traffico organizzato dentro il penitenziario

Secondo quanto emerso dall’inchiesta, non si sarebbe trattato di un episodio isolato ma di un meccanismo organizzato e ripetuto nel tempo. Gli investigatori parlano infatti di un modus operandi consolidato, finalizzato a garantire un flusso costante di sostanze stupefacenti all’interno del penitenziario. Il tutto, naturalmente, dietro un preciso e lauto compenso economico.La droga, una volta entrata nel carcere, avrebbe alimentato un lucroso mercato clandestino, dove il valore delle sostanze aumenta sensibilmente rispetto all’esterno proprio per la difficoltà di reperimento.

Le indagini proseguono

Per gli inquirenti, la professionista avrebbe quindi strumentalizzato il proprio ruolo istituzionale, piegando le garanzie previste dall’ordinamento per la tutela del diritto di difesa alle esigenze della criminalità organizzata, in cambio di un consistente compenso economico. Le indagini proseguono ora per accertare eventuali ulteriori episodi e verificare se altre persone possano aver fornito supporto logistico o operativo all’organizzazione criminale.