Maldini e Leonardo abbandonano il progetto federale dopo il naufragio della candidatura Pirlo. Doveva nascere la rivoluzione azzurra, è venuta fuori una riunione di condominio tra amici permalosi. Con la logica dell’amichettismo la Nazionale di calcio rimane al palo. Malagò per ora solo al comando.
Dall’Aniene a Milanello, trasloco fallito
Il grande laboratorio destinato a rifondare il calcio italiano ha chiuso prima ancora di trovare le chiavi dell’ufficio. Giovanni Malagò, Paolo Maldini, Leonardo e Andrea Pirlo sembravano pronti a trasformare la Nazionale in una succursale elegante di Milanello, con competenza, prestigio e magari anche il termostato regolato alla perfezione. È bastato però il primo contrattempo per scoprire che il progetto decennale aveva la solidità di un gazebo sulla spiaggia.
Pirlo si è sfilato da solo scegliendo una panchina all’estero, risparmiando a Malagò l’imbarazzo di spiegare perché il grande rilancio azzurro dovesse cominciare da un allenatore sul quale nemmeno il promotore appariva del tutto convinto. A quel punto Maldini e Leonardo, offesi o semplicemente folgorati da un tardivo principio di realtà, hanno salutato la compagnia.
L’“advisor” misterioso e il governo balneare
Per giorni si è discusso di ruoli tanto altisonanti quanto nebulosi. Leonardo avrebbe dovuto fare l’“advisor”, parola inglese utilissima quando non si vuole chiarire chi comanda, chi decide e soprattutto chi risponde degli eventuali disastri. Maldini avrebbe incarnato la leggenda, Pirlo il maestro e Malagò il regista. Il film, però, è durato meno del trailer.
L’errore è stato pensare che un gruppo di amici, ex compagni e frequentatori degli stessi salotti sportivi potesse automaticamente diventare una macchina dirigente. L’Aniene non è Milanello e una partita a padel non equivale a un consiglio d’amministrazione. Il calcio italiano, già pieno zeppo di problemi, rischiava di essere affidato a una rimpatriata con il dress code.
Alla fine Malagò ha corretto la rotta, probabilmente aiutato anche dagli eventi. Ora servirebbe un commissario capace di mediare, scegliere e soprattutto sopravvivere alle correnti. Un tempo Roma avrebbe chiamato Andreotti. Oggi dovrà accontentarsi di Conte, Mancini o di qualche altro salvatore della patria con il borsone già pronto.

