Tra crescita debole, costi energetici e nuove tensioni geopolitiche, il riciclo non è più soltanto una questione ambientale ma una leva di politica industriale: il 2 e il 3 luglio torna nella Capitale l’appuntamento nazionale dedicato all’economia circolare
L’economia italiana e quella europea stanno attraversando una fase decisamente particolare. Tra crescita moderata, inflazione ancora sotto osservazione e costi energetici che restano una delle principali incognite per imprese e famiglie, la sostenibilità si sta presentando sempre più come una questione legata alla competitività del nostro Paese, oltre che alle problematiche relative esclusivamente all’ambiente. La crescente competizione globale per l’accesso a materie prime critiche, dai metalli necessari alla transizione energetica fino ai materiali utilizzati nelle tecnologie digitali, ha reso evidente il valore economico delle cosiddette “materie prime seconde”, ottenute attraverso il recupero e il riutilizzo degli scarti, e ha sottolineato la necessità di trasformare l’economia circolare in una vera politica industriale.
In questo contesto si inserisce l’Ecoforum 2026 previsto per i prossimi 2 e 3 luglio a Roma, un appuntamento nazionale dedicato proprio all’economia circolare che riunirà istituzioni, imprese, utility, associazioni ambientaliste ed esperti del settore per mettere a punto piani ed iniziative finalizzati alla riduzione della dipendenza dall’estero e al rafforzamento della sicurezza economica interna.
Perché il riciclo è diventato una questione economica?
Se fino a pochi anni fa il tema dell’economia circolare veniva affrontato principalmente da un punto di vista ambientale, al giorno d’oggi si può affermare con una certa sicurezza che il quadro è cambiato. La gestione efficiente delle risorse, il recupero dei materiali e la riduzione degli sprechi sono diventati elementi centrali per l’industria e la ricerca di una maggiore autonomia economica. In tal senso, la transizione ecologica procede infatti di pari passo con una trasformazione più profonda dei sistemi produttivi.
Le filiere industriali europee dipendono tuttora, e in misura a dir poco significativa, dall’importazione di materie prime e componenti provenienti da mercati extraeuropei, soprattutto asiatici. Tuttavia, il contesto geopolitico degli ultimi tempi ha messo in luce quanto questa dipendenza possa rappresentare un fattore di vulnerabilità. Di conseguenza, il riciclo e il recupero di materia assumono un valore che non può essere trascurato, dal momento che non si tratta più soltanto di ridurre l’impatto ambientale dei consumi, ma anche di costruire filiere più resilienti e meno esposte alle oscillazioni dei mercati internazionali. Da qui, dunque, nasce l’esigenza di dover ricorrere alle cosiddette “materie prime seconde”.
Quest’ultime stanno acquisendo un valore crescente all’interno delle politiche europee. Dall’acciaio alla plastica, passando per i metalli utilizzati nelle tecnologie della transizione energetica, la capacità di recuperare materiali già presenti nel ciclo produttivo è ormai fondamentale e per numerose imprese italiane può rappresentare un’opportunità. Il sistema manifatturiero nazionale ha storicamente sviluppato una forte attenzione all’efficienza nell’uso delle risorse, spesso per necessità più che per scelta. Adesso, invece, quel patrimonio di competenze può trasformarsi in un vantaggio economico in un contesto in cui la disponibilità delle materie prime è diventata una variabile decisiva, ma l’Italia sarà in grado di mettere in atto una tale trasformazione?
Sarà questo, fra gli altri, il quesito a cui l’Ecoforum 2026 della Capitale cercherà di rispondere. Non a caso, tra gli obiettivi dell’incontro vi è esattamente quello di individuare buone pratiche e modelli capaci di garantire un incremento del recupero, una riduzione della dipendenza dall’importazione e un aumento degli investimenti nelle filiere del riciclo, cercando di coniugare sostenibilità, innovazione e competitività industriale. Sfide che riguarderanno quindi la capacità del nostro Paese di costruire una catena produttiva più efficiente, resiliente e preparata ad affrontare le incertezze del mercato economico globale attuale.

