di Patrizio J. Macci
Uno “sliding doors” poliziesco, così può essere definito il nuovo libro firmato dal penalista Gianluca Arrighi. Il protagonista de “L’inganno della memoria” (Edizioni Anordest) è Elia Preziosi, un pubblico ministero con un glorioso e recente passato di avvocato alle spalle, un “angelo decaduto”.
Posto davanti alla scelta biblica tra il bene e il male ha tentennato per un attimo, la sua mano ha esitato e ora sconta le sue colpe nella nuova vita di magistrato inquirente. In un moto di disperazione ha abiurato l’esistenza precedente, cancellando anche una compagna e ricominciando praticamente da zero. Sullo sfondo dell’azione ci sono le strade della Capitale nei dintorni della Città Giudiziaria, dove la sera quando le strade si svuotano per la chiusura delle decine di studi di avvocati e professionisti (la maggior parte di abitazioni sono state convertite a tale scopo), sembra di udire il vento che fischia per raccontare il dolore delle migliaia di casi giudiziari che hanno solcato quelle mura.
C’è qualcosa di spaventoso e abissale anche nella struttura del Palazzo di Giustizia della Capitale, in quell’edificio dove viene amministrata la legge e che i romani chiamano Palazzaccio in senso ironico e canzonatorio. Dunque, Elia Preziosi (i nomi non sono mai messi a caso nella narrazione di Arrighi, Elia è pescato nella Bibbia, la prima vittima Cassandra nella mitologia greca) cerca di scontare il peccato orginale del suo “insider trading” professionale nella nuova veste di accusatore, lottando contro il crimine e contro una fastidiosa ulcera, eredità anch’essa della precedente vita. Altro non si può dire sulla struttura della trama, se non che l’inganno supremo che lega i delitti come tante perle nere, è quello della memoria intesa come vendetta; come possibilità di perpetrare in eterno ritorsioni per delitti nei confronti dei quali non c’è nessuna giustizia ma forse solo misericordia divina. Rintracciare quante siano le suggestione e le citazioni hard-boiled e i classici del genere che l’autore si è divertito a disseminare nel racconto non è affatto semplice, ma il testo ne ha parecchi alcuni forse involontari usciti dalla tastiera per contaminazione.
Arrighi ha fatto i compiti a casa, ma non ci tiene a dimostrarlo innova e demolisce i modelli esistenti del genere con una struttura romanzesca “diabolica”. A nessuno è negata una seconda possibilità nel corso di un’esistenza, quella della redenzione. Neanche a un uomo che per un attimo si è sentito l’avvocato del diavolo.
