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Finisce l’era degli ex An (e dei suoi colonnelli)

Dopo le exploit di Fini nel 1993 – a dir la verità con ancora il Msi – la costituenda An fece leva proprio sul territorio laziale per la sua crescita: a nord infatti, i vari Martinat e La Russa si lasciarono superare su certi temi dalla Lega, badando più a non prenderle e a mantenere un piccolo orticello per la crescita dei loro accoliti. Pesarono indubbiamente le morti di Marzio Tremaglia, assessore ‘illuminato’ in Lombardia e di Nicola Pasetto in Veneto, nella cui scia troviamo più’ di qualcosa anche nella giunta di Flavio Tosi a Verona.
Al sud invece, i colonnelli andarono in ordine sparso fino alla precoce estinzione: da Bocchino, orfano di Tatarella, fino a Landolfi, vittima ultima della rivalsa forzitaliota, per la Campania, e gli scontri tra gli occidentali di Lo Porto e gli orientali di Nania, in Sicilia, eccezion fatta per Peppe Scopelliti, che in Calabria ha costruito qualcosa partendo da sindaco di Reggio. A Roma invece le correnti dei colonelli, seppur in continua guerra tra loro, seppero dar vita a dei veri e propri miracoli: Moffa nel 1998 alla provincia, Storace nel 2000 alla regione, fino ad Alemanno nel 2008 a Roma e alla stessa Polverini, che ideata da Augello, poi ‘deFinizzatasi’, ha saputo approdare alla corte di Verdini, cosicché dopo la sciagurata sua caduta in Regione, e’ l’unica che si e’ garantita in Parlamento.
Tutte esperienze di governi locali, mai capaci di bissarsi, anzi sonoramente bocciate soprattutto a Roma, dove convivono serenamente voto d’opinione e voto clientelare (“a fra’, che te serve?”). Nelle cause, che andrebbero messe al microscopio una ad una, c’e’ pero’ più’ di qualche comune denominatore: 1) a dettare gli spartiti sono stati colonnelli cresciuti all’ombra di Fini, poi mollato per un nuovo padrone – Berlusconi, che in realta’ li ha sempre detestati umanamente – o per altre scelte, che si sono poi rivelate fallimentari: strategie pero’ sempre personalistiche, ad uso e consumo di amanti e cerchie ristrette, mai culturali, mai nulla di progettuale; 2) la paura del politically correct, che ha evidenziato anche l’eterno complesso di inferiorità di fronte al pensiero dominante della sinistra e un percorso da ‘passo delle oche’ (libro di A. Giuli in cui ‘massacra’ questa generazione di post finiani) ondeggiante e instabile, che gli hanno fatto aver paura anche di intitolare una strada ad Almirante; 3) capacita’ di circondarsi di personaggi equivoci (dagli arresti di lady Asl, fino ai vari Riccardo Mancini…e sarebbe curioso sapere come sono stati spesi, e da chi, i 30 milioni di euro del piano nomadi destinato da Maroni alle politiche sociali capitoline: 26 spesi per i campi attrezzati, dove si annida la criminalità e solo 4 per quelli abusivi, dove stanno i disperati), caratterizzandosi quindi da un fallimento morale prima di tutto, misto ad arroganza e onnipotenza da poltrona.
Ovviamente il tasso di litigiosità ha finito per cannibalizzare tutto – ricordiamoci che anche Fiorito fu imposto dal coordinatore regionale Pdl ex An – fino allo ‘spezzatino di destra’. Ora qualcuno vagheggia l’idea di ricreare Alleanza nazionale, dove – ricordo bene – non c’erano congressi, non c’era dibattito interno, non c’era meritocrazia, c’era solo un certo finismo. No grazie, a me non interessa: preferisco il deserto, con qualche oasi ‘buttafuochiana’ o ‘veneziana’.
Io mi apposto semmai sulla riva destra e aspetto una Marina La Penna tutta italiana, e nel frattempo cercherò di fare opposizione in piazza a Marino e a risolvere i problemi delle persone più in difficoltà’: come la ‘destra sociale’ mi ha insegnato, da Laurentino 38, a Tiburtino III. Ps un consiglio al popolo di destra: non continuiamo con ‘la mia destra è più di destra della tua’. Guardiamo alle cose che uniscono più che a quelle che dividono…cosi c’hanno sguazzato solo loro…riconsegnando Roma e il Lazio alla sinistra e, cosa più triste, non lasciando traccia positiva della destra al governo: il nulla assoluto, altro che il male…


Fabio Sabbatani Schiuma