Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » Roma » Francesco Montanari: “Riccardo III, un uomo che cerca l’amore attraverso la conquista” – INTERVISTA

Francesco Montanari: “Riccardo III, un uomo che cerca l’amore attraverso la conquista” – INTERVISTA

Dal 7 al 18 ottobre “Storia di un cinghiale. Qualcosa su Riccardo III”, lo spettacolo di Gabriel Calderon liberamente ispirato a Shakespeare. Ambizione, identità e teatro a confronto

Francesco Montanari: “Riccardo III, un uomo che cerca l’amore attraverso la conquista” – INTERVISTA

Cosa succede quando un attore incontra un personaggio che ha fatto dell’ambizione, della conquista e della violenza la propria ragione di esistere? E cosa accade quando, sul palcoscenico, i confini tra chi interpreta e chi è interpretato iniziano a sfumare? È da questo cortocircuito che nasce Storia di un cinghiale. Qualcosa su Riccardo III, lo spettacolo scritto e diretto dal drammaturgo e regista uruguaiano Gabriel Calderón, liberamente ispirato al Riccardo III di William Shakespeare, con Francesco Montanari protagonista. Da una parte c’è il re shakespeariano, disposto a eliminare ogni rivale pur di arrivare al trono. Dall’altra un attore che si trova finalmente davanti al ruolo della vita. Calderón mette queste due figure una di fronte all’altra, costruendo una “variazione sul tema” in cui epoche e identità finiscono per sovrapporsi. A unirle sono le pulsioni più profonde dell’essere umano: l’ambizione, il desiderio di affermazione, la violenza, la solitudine e la ricerca di una propria dimensione.

Prodotto dal Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa e da Carnezzeria, in collaborazione con IILA – Organizzazione Internazionale Italo-Latino Americana, lo spettacolo è in scena alla Sala Umberto di Roma dal 7 al 18 ottobre.

Francesco Montanari: “Riccardo III, un uomo che cerca l’amore attraverso la conquista” – INTERVISTA
Dal 7 al 18 ottobre Francesco Montanari è alla Sala Umberto di Roma con Storia di un cinghiale. Qualcosa su Riccardo III, scritto e diretto da Gabriel Calderón – Ph. Alessandro Montanari

La nostra intervista

È dentro questo spazio, tra il personaggio e l’uomo che lo interpreta, che abbiamo incontrato Francesco Montanari. Per capire cosa resta di Riccardo III quando Shakespeare incontra il presente. E cosa accade, invece, quando si spengono le luci e rimane soltanto l’attore, davanti al pubblico, chiamato a essere autentico e irripetibile, ogni sera.

Lo spettacolo racconta la storia di un attore che finalmente ha ottenuto il ruolo della vita.

Un’opportunità pericolosa per il protagonista in quanto il rischio è enfatizzare la recitazione, quando bisognerebbe affrontare quel ruolo come tutti gli altri: cercando di restituire la dignità e l’umanità della persona che si è chiamati a rappresentare. La criticità del personaggio è pensare che possa aprire automaticamente delle porte, quando in realtà non è detto che accada. Il successo dipende da diversi fattori, da varie alchimie che, francamente, mi sono ancora del tutto sconosciute. Essere Amleto non vuol dire avere nuove opportunità.

Riccardo III è uno dei personaggi più oscuri e affascinanti della drammaturgia shakespeariana. Che cosa ha scoperto di questo sovrano?

Riccardo III è un’ascesa verso la distruzione: il tentativo di conquistare qualcosa a qualsiasi costo. Nel momento in cui la conquista si compie, la storia finisce. Pensiamo ad un parallelo diverso a Rocky Balboa. Il film si conclude quando lui vince e dice: “Adriana, Adriana … io posso cambiare, il mondo può cambiare”. In fondo, è un po’ quello che accade in ogni spettacolo: c’è un obiettivo da raggiungere, quello di raccontare una storia nel modo migliore possibile. Ed è proprio l’esperienza del percorso a lasciarti qualcosa, più che il risultato finale.

Francesco Montanari: “Riccardo III, un uomo che cerca l’amore attraverso la conquista” – INTERVISTA
L’attore in scena durante il monologo liberamente ispirato al celebre personaggio shakespeariano, dove ambizione, potere, identità e violenza si intrecciano fino a confondere i confini tra l’attore e il personaggio – Ph. Alessandro Montanari

Nello spettacolo il protagonista comincia a riconoscersi sempre più in Riccardo III. Quanto è pericoloso, per un attore, confondere il personaggio con una parte di sé?

Questa dualità, in fondo, è una diceria. Quando inizi ad interpretare un personaggio parti fondamentalmente da un copione, da una sceneggiatura. E che cos’è un copione? È un punto di vista. I personaggi sono prospettive sul mondo che si manifestano attraverso l’azione e la reazione. L’attore deve imparare ad agire in maniera automatica e naturale, seguendo ciò che il testo gli suggerisce. E’ un processo che richiede studio, tempo e una lunga preparazione. Quando vivi profondamente un personaggio, dopo un percorso di lavoro così intenso, finisci per fare tua quella prospettiva, fino a renderla quasi naturale. E’ possibile, quindi, che alcuni di quegli automatismi rimangano dentro di te. Ma esiste anche un tempo materiale necessario per liberarsene, per uscire dal personaggio e tornare semplicemente a essere te stesso.

Ambizione, frustrazione, rabbia, desiderio di riscatto: sono sentimenti che appartengono a Riccardo III. Quanto il teatro può diventare uno specchio delle nostre zone d’ombra?

Il teatro è sicuramente, come diceva Cechov — e forse non è stato l’unico a dirlo — lo specchio dell’umanità. Gli spettatori, quando vanno a teatro, non devono vedere semplicemente dei bei spettacoli, degli artefatti ben costruiti, ma devono incontrare delle umanità nelle quali possano riconoscersi. E questo può servire, se si è ottimisti, anche a migliorarsi, oppure più semplicemente a restituire un quadro dell’uomo contemporaneo e della società in cui viviamo. Quindi sì, nello specchio del teatro c’è anche la zona d’ombra. C’è tutto: le contraddizioni, le fragilità, le gioie e i dolori. Perché è proprio attraverso questa complessità che il teatro riesce a raccontare l’essere umano.

Francesco Montanari: “Riccardo III, un uomo che cerca l’amore attraverso la conquista” – INTERVISTA
Sul palco della Sala Umberto, Francesco Montanari si confronta con una delle figure più oscure del teatro shakespeariano – Ph. Alessandro Montanari

Il titolo dello spettacolo richiama un’immagine di forza, istinto e distruzione. Come si intreccia questo simbolo con la storia di Riccardo III?

Il cinghiale è lo stemma degli York. Nell’immaginario è associato a un animale invasivo, resistente, feroce, difficile da sconfiggere. Poveri cinghiali, insomma, ma queste sono le caratteristiche che gli vengono tradizionalmente attribuite. In questo caso Riccardo III incarna perfettamente questa immagine: nel testo originale di Shakespeare distrugge qualsiasi cosa, persino le donne che ama, pur di raggiungere il proprio obiettivo, la propria ambizione. E l’attore dello spettacolo fa, in qualche modo, la stessa cosa: devasta tutto. È qui che nasce il gioco metateatrale; ciò che accade in scena finisce per diventare uno specchio per lo spettatore. Non dimentichiamo che l’ambizione più sfrenata conduce alla solitudine.

È possibile comprendere il male senza necessariamente giustificarlo?

L’attore per interpretare un personaggio deve riuscire a mettere da parte il personale giudizio di cittadino e di essere umano. Diversamente non potrebbe sposare fino in fondo i ruoli che interpreta. Questo avviene per un’indagine umana, perché è il suo mestiere, perché è chiamato a farlo. Ma deve avere questa flessibilità: la capacità di entrare in punti di vista anche molto lontani dal proprio, senza necessariamente condividerli. Riccardo III può essere letto come una storia di rivalsa e di ricerca sfrenata d’amore. La mia chiave di lettura, è proprio questa. Il sovrano cerca un amore che non può avere, perché la società in cui vive lo ha trattato male fin dalla nascita. Nel testo originale questo rifiuto è legato anche alla sua deformità fisica: viene percepito come un reietto.

Ego e narcisismo sono due aspetti che attraversano il racconto. Quanto sono importanti, e quando invece possono diventare un limite per un attore?

Il nostro è un mestiere espositivo ed è naturale che esista una certa necessità di mostrarsi, di esporsi davanti a un pubblico. Non so, francamente, se definirla narcisismo: è piuttosto quella componente che ti porta a metterti in gioco, sapendo che il lavoro che fai sarà inevitabilmente sottoposto al giudizio degli altri e, molto spesso, anche a critiche non necessariamente positive. Il narcisismo, però, quando entra nel lavoro sul personaggio, secondo me, diventa deleterio. Nel momento in cui interpreti, devi riuscire a scomparire tra le pieghe del ruolo: non devi dimostrare quanto sei bravo, ma permettere all’identità scenica di vivere attraverso di te. Ed è qui che emerge una contraddizione affascinante del mestiere: ti esponi per poi riuscire a scomparire.

Lei ha lavorato molto tra cinema, televisione e teatro.

Quello che accade sul palco, quando lo si affronta in maniera autentica, è sempre onesto. Sono importantissime le relazioni: quelle tra gli attori, quando sono più di uno, e quella con il pubblico. È lì che si crea qualcosa di autentico. L’attore usa le parole per parlare di sé per riuscire a connettersi, in maniera autentica, con ciò che si sente in quel preciso momento. Poi è la storia e il tempo a fare il resto: rendendo il teatro irripetibile. Non abbandonerò mai il teatro perché è una straordinaria palestra per un attore. Mi ha permesso di confrontarmi con ruoli importanti e, attraverso il Vestibolo Teatro, anche di costruire un percorso produttivo insieme a Davide Sacco, il mio socio, drammaturgo e regista.

Cosa pensa che Shakespeare continui a dirci oggi sull’ambizione e sul bisogno di essere riconosciuti dagli altri?

Un classico diventa tale per diverse ragioni. Umberto Eco diceva anche che esiste una componente di fortuna: alcune opere sono sopravvissute nel tempo, mentre altre sono andate perdute o sono state distrutte. Ma, fondamentalmente, un’opera diventa un classico perché continua a parlare alle società che si susseguono nel corso della storia. Shakespeare è un grandissimo drammaturgo e un formidabile indagatore dell’animo umano. Ha attraversato praticamente ogni tematica e Riccardo III ne è un esempio straordinario. L’ambizione è certamente il filo rosso della vicenda, ma intorno a essa si muovono l’amore, la gelosia, la vendetta, il desiderio, la passione. Il sovrano non è soltanto un uomo che vuole il potere: è un personaggio inquieto, attraversato da passioni estreme, che cerca, attraverso la conquista di ciò che desidera, una forma di compimento e di serenità. Shakespeare porta questi sentimenti al parossismo, ma li rende immediatamente riconoscibili. È per questo che è immortale come tanti grandi autori: perché cambiano le epoche, cambiano le società, ma l’uomo, nella sua dimensione più profonda e quasi animale, rimane sostanzialmente quello.

Se potesse incontrare il Francesco Montanari che iniziava a fare teatro e raccontargli tutto quello che sarebbe successo da lì in poi, quale consiglio gli darebbe?

Pazienza, pazienza e pazienza.