di Fabio Carosi
Quasi venticinquemila decessi, tra malattie, incidenti, anzianità e nell’80 per cento dei casi con gli occhi che si chiudono in ospedale. Se consideriamo che un funerale, tra annessi e connessi, costa intorno ai 2500 euro per una cerimonia ai limiti della dignità il conto è presto fatto: morire a Roma è un business che vale qualcosa come 60 milioni di euro ai quali va aggiunto l’indotto di corone, partecipazioni e necrologi.
E grazie all’inerzia della Regione Lazio, una delle cinque Regioni che non si è ancora dotata di una legge che regolamenti i servizi che vanno dalla morte alla sepoltura o la cremazione, l’affare fa gola a tanti. Tant’è che nel marzo scorso la Procura di Roma ha aperto un’inchiesta che ha visto 29 indagati tra politici, manager Asl e impresari di pompe funebri con una filone che arriva alle relazioni pericolose tra politica e capi clan. L’ipotesi di accusa è associazione a delinquere di tipo mafioso e scambio elettorale politico mafioso. In attesa però che l’inchiesta riprenda vigori e arrivi a qualche conclusione concreta, gli appalti con i quali le Asl affidano i servizi nelle camere mortuarie restano terra di nessuno.
Sia chiaro, le Asl sino a prova contraria non compiono azioni contrarie alla legge, semmai la interpretano in maniera elastica e bizzarra, eludendo le diverse pronunce dell’autorità Garante della concorrenza e del mercato che aveva chiesto a gran voce di mettere mano all’intero settore e così agevolano in un certo senso il business di alcuni a danno degli altri, tra cui i parenti dei defunti. Il meccanismo made in Lazio è semplice: le Asl e gli ospedali, ormai a corto di fondi, danno in appalto la gestione della camera mortuaria, cioè quel complesso sistema di operazioni che prevede il prelievo della salma dal letto dell’ospedale, il trasporto sino alla camera mortuaria e la pulizia e vestizione del cadavere. E s chi? Agi operatori delle pompe funebri i quali hanno così l’occasione per spiegare ai familiari il miglior funerale al prezzo più conveniente. Il lettori perdoni il paragone sarcastico, ma è come affidare la raccolta del sangue alla Conte Dracula Spa. E l’inchiesta mirava ad appurare proprio questo, oltre ad aver scoperchiato una sorta di cartello di imprese che si divideva e divide ancora il mercato della morte. Viste le cifre in ballo non c’è da stupirsi se la criminalità abbia messo gli occhi sopra quella montagna di denaro.
E la Regione Lazio a trazione Zingaretti, invece di imitare le Ragioni più virtuose che hanno messo un serio confine tra la camera mortuaria e le esequie, ha pensato bene di alimentare la confusione e la commistione, ipotizzando con un testo di legge per concedere l’appalto della camera mortuaria, in cambio di un pagamento di un canone. Una “furbata” che consentirebbe agli eventuali vincitori di stazionare in prossimità della stanza della morte e di poter avvicinare i parenti per proporre le soluzioni commerciali senza fare fatica e violando ogni regola di concorrenza.
In attesa che l’inchiesta arrivi ad una conclusione, scoperchiando il malaffare, le associazioni di categoria Federcofit e Feniof hanno presentato alla Giunta Regionale una proposta di legge “Funeraria” ispirata a quelle di Lombardia ed Emilia Romagna e, in fase di di illustrazione, è uscita un’amara verità: il sistema sanitario regionale, alle prese col deficit, non ha fondi per poter gestire le camere mortuarie se non facendo pagare un ticket “ai morti”, oppure dando l’attività in concessione. La risposta informale dei tecnici è stata quella di proporre una sorta di regolamentazione per concedere ad ogni impresa funebre un ospedale da gestire a prezzi controllati e secondo una turnazione. Praticamente la Regione vorrebbe un business diffuso, costringendo le imprese a pagare per avere la concessione. Così, oltre agli operatori del servizio il pubblico metterebbe in cassa un po’ di soldi, lucrando sulle famiglie dei defunti ma senza l’odioso ticket. Roba da brividi veri. Gli unii a farsi vivi – è il caso di dirlo – sono gli esponenti del Cinque Stelle che hanno tradotto le istanze delle associazioni in una proposta di legge. Il resto della politica regionale, preferisce non mettere mano al settore. E’ evidente che se lo chiamano “business del caro estinto” un motivo c’è. Dopo anni di carteggi, non è escluso che le aziende associate possano dar vita ad una manifestazione di piazza.
