Dall’abito Fiesta di Valentino che per la prima volta – nel 1959 – sfoggiò il rosso divenuto bandiera dell’imperatore della moda, al pijama palazzo di Galitzine, del 1963, segno indelebile di cinema indosso a Claudia Cardinale ne La pantera rosa di Blake Edwards.
Lo straordinario ventennio di Roma quando divenne la capitale mondiale della moda viene raccontato nella spettacolare mostra MODA IN LUCE 1955-1975 – Roma fra glamour e innovazione industriale, allestita dal 26 giugno al 15 novembre negli spazi espositivi dei Musei Capitolini, Centrale Montemartini, dove dialogano candide sculture di epoca imperiale con macchine monumentali delle prime industrie.
L’esposizione – organizzata da Archivio Luce Cinecittà con il Ministero della Cultura e curata da Fabiana Giacomotti – è promossa da Roma Capitale,Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. I servizi museali sono curati da Zètema Progetto Cultura.

Tra sculture in marmo e grandi macchinari, scatti, filmati e abiti di haute couture
Oltre centocinquanta fotografie d’epoca, postazioni video con filmati spesso rari e fino a oggi non disponibili al pubblico, oggetti, documenti, tessuti e trenta abiti originali, e nella maggior parte inediti. Vent’anni in cui la creatività degli stilisti italiani si è espressa nella sua massima potenza ed è riuscita a conquistare il mondo. Una stagione di esplosione di idee, nomi, marchi, creatività, industria, un portato di beni materiali e immateriali. È l’epoca in cui la Capitale d’Italia divenne la Capitale della moda e centro di riferimento per il cinema, la televisione e il gusto. È il racconto di come si è affermato in tutto il mondo un marchio originale e inimitabile che, da allora, porta il nome di Made in Italy. La mostra rappresenta il “secondo capitolo” dell’esposizione – interamente nuova per opere – Moda in Luce 1925–1955. Alle origini del Made in Italy, ospitata presso il Museo della Moda e del Costume di Palazzo Pitti a Firenze.
Dal boom alla modernità. Roma sullo sfondo, ma da protagonista
All’inizio degli anni Cinquanta l’Italia è in fase di cambiamento: infrastrutture, autostrade, mezzi. Nascono nuove professioni nuove, e, necessariamente, nuovi abiti sociali. Due campi in particolare segnano visibilmente questo sisma storico: la moda e il cinema. A Roma si trova Cinecittà, la città del cinema che, dopo l’epocale rivoluzione del Neorealismo italiano, si sta trasformando nella Hollywood sul Tevere: la città dove le major statunitensi e lo star system trovano la sede distaccata del sogno americano. Il risultato è prorompente: quella italiana diventerà la cinematografia con il maggior numero di premi Oscar vinti, dopo gli Stati Uniti.
Qualcosa di analogo nella moda. Un mondo di sartorie, di piccole botteghe, di atelier, che ha studiato alla scuola di Parigi e sui tavoli di ricamo e libri d’arte italiana, si trova proiettato sulla vetta di passerelle, riviste e clienti del mondo, in America, Europa, Russia, Giappone. L’haute couture dagli anni Cinquanta, e fino a noi, deve conoscere tra le sue lingue quella del Made in Italy. Da Roma, l’Italia riesce in due miracoli inattesi: dimostra che a Cinecittà si possono fare film come in America e che l’haute couture può sfilare per via Veneto.
Il Cinema, vetrina dell’Italia per dettare nuovi canoni di gusto e dello stile
La rivoluzione la fanno i divi del grande schermo. Ritroviamo il matrimonio di Tyrone Power e Linda Christian, del 1949, atto ufficiale di nascita della “dolce vita”, lei in abito Sorelle Fontana, lo sposo in Caraceni. Gattinoni reinventa lo stile impero per il film Guerra e pace con la musa perfetta Audrey Hepburn, e accoglie nel suo atelier perfino le due più grandi attrici del tempo in competizione drammatica per Roberto Rossellini: Anna Magnani e Ingrid Bergman. E fissa il corpo “a cuore” di Anita Ekberg, nella scena di seduzione più iconica della storia del cinema, il bagno nella Fontana di Trevi de La dolce vita. Angelo Litrico veste la Guerra Fredda, creando gli abiti sia per Nikita Krusciov sia per Dwight Eisenhower. Lucia Bosè, la Miss Italia che ha battuto sul podio “la Lollo” e Silvana Mangano, è la musa di Sarli, e incarna le inquietudini del capolavoro di Michelangelo Antonioni, Cronaca di un amore, e le speranze de Le ragazze di Piazza di Spagna. Ci sono le grandi première cinematografiche, tra tutte al Cinema Fiamma la prima de La dolce vitadi Fellini, nel 1960, da cui il paese si vide trasformato. Di Galitzine la avveniristica tuta di tessuto spalmato effetto pelle presentata a Capri nel 1967, o l’abito da cocktail del 1953 delle Sorelle Fontana. L’iconico abito corto di Andrè Laug del 1968 e, sempre del 1968, quello da sera di Capucci, arte da portare come tante sue creazioni. Il genio di Karl Lagerfeld nel completo soprabito e gonna per Fendi del 1973. L’abito da sera dipinto di Schuberth del 1952 di floreale compostezza, e quello scenografico di Lancetti del 1975, mentre Litrico e Caraceni fissano per l’uomo un segno che a settant’anni di distanza fa ancora scuola e nessuna piega.
Prestiti di collezionisti privati e aree tematiche
Dalla più importante collezione privata italiana, di proprietà di un protagonista del Cinema Italiano, Massimo Cantini Parrini, costumista di fama internazionale, più volte candidato al premio Oscar e vincitore di innumerevoli premi, arriva il prestito più importante. Organizzato nello stile e nei colori come un’elegante sartoria romana degli anni Cinquanta e Sessanta, il progetto dell’architetto Dario Dalla Lana si conclude in una sala-biblioteca che presenta una selezione di preziosi campionari tessili di proprietà degli archivi di Mantero Seta, Taroni e il gruppo Ermenegildo Zegna, oltre a volumi e riviste rare, di proprietà della curatrice, studiosa del costume e dell’editoria di moda dai suoi albori. Impreziosiscono il percorso inviti, memorabilia e un album amicorum, appartenuto ad Angelo Litrico, che include disegni e dediche dei più importanti sarti e artisti dell’epoca, da Emilio Pucci a Valentino e Novella Parigini.

Due gli approfondimenti: sulla storia della Snia-Viscosa, epopea romana del tessuto sintetico e sulla la figura di Palma Bucarelli, storica critica e direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna, che tesse un nesso strettissimo tra moda e arte, incarnando un modello insuperabile di eleganza, stile e rigore intellettuale.

