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Gli Stones sono diventati Mozart con la chitarra elettrica, il nuovo disco consacra il rock come musica classica

Foreign Tongues conferma la straordinaria vitalità dei Rolling Stones. Le chitarre tornano al centro della scena, Jagger canta con sorprendente intensità e la band dimostra che il rock può diventare patrimonio senza tempo. Qualche eccesso di produzione frena la spontaneità del suono, ma il risultato resta quello di un disco solido, autentico e capace di ribadire che gli Stones parlano ancora la lingua che hanno inventato.

Gli Stones sono diventati Mozart con la chitarra elettrica, il nuovo disco consacra il rock come musica classica

Il nuovo album dei Rolling Stones non ha l’effetto sorpresa del precedente Hackney Diamonds, ma conferma che Jagger, Richards e Wood parlano ancora la lingua che hanno inventato. Qualche eccesso di produzione non offusca un disco che trasforma il rock in patrimonio senza tempo.

Gli Stones non devono dimostrare nulla. Devono solo continuare a suonare

Quando una band supera gli ottant’anni, parlare di “album della conferma” fa quasi sorridere. Confermare cosa, esattamente? I Rolling Stones hanno già scritto il manuale del rock. Con Foreign Tongues, successore di Hackney Diamonds, non cercano di rivoluzionare la musica: le basta ricordare a tutti chi l’ha insegnata.

Gli Stones sono diventati Mozart con la chitarra elettrica, il nuovo disco consacra il rock come musica classica
La copertina (per la verità, molto brutta…) del nuovo disco

Il nuovo lavoro recupera con decisione il ruolo centrale delle chitarre di Keith Richards e Ronnie Wood, ancora capaci di intrecciarsi con quella naturalezza che da mezzo secolo rappresenta uno dei marchi di fabbrica della band. Blues, rock’n’roll e riff tornano protagonisti in quattordici brani che evitano il sapore nostalgico e scelgono invece la strada della continuità.

Anche gli ospiti illustri, dal finto “ex nemico” Paul McCartney a Robert Smith, passando per Steve Winwood e l’omaggio a Charlie Watts, restano sullo sfondo. I veri protagonisti sono ancora Mick, Keith e Ronnie.

Un grande disco, ma con un piccolo difetto: la produzione

Se c’è un punto debole, è la mano del produttore Andrew Watt. Il suono appare spesso troppo rifinito, quasi levigato, proprio dove gli Stones hanno sempre brillato per spontaneità, imperfezione ed energia. Paradossalmente, una band nata per suonare “sporca” rischia di risultare fin troppo ordinata.

Eppure l’anima del disco emerge lo stesso. Jagger affronta temi come il tempo che passa, le dipendenze, il disincanto e l’America di oggi senza mai cadere nella retorica dell’ultimo capitolo. La sua voce conserva una forza sorprendente, mentre Richards continua a trasformare ogni riff in un marchio di fabbrica.

È qui che Foreign Tongues trova il suo significato più profondo: gli Stones non appartengono più soltanto alla storia del rock, sono diventati la sua musica classica. Esattamente come il blues che loro stessi hanno riportato al centro della cultura popolare.

Per il prossimo album, però, una proposta viene spontanea. Paul McCartney potrebbe fare un favore ai suoi eterni rivali-amici: prestare agli Stones il produttore che ha saputo togliere invece di aggiungere, Rick Rubin. Perché a volte, con una band così, il miglior modo di produrre un disco è avere il coraggio di non produrlo troppo.