Lunedi i sindacati saranno in presidio dalle 15 presso la sede del ministero dei Beni e delle attività culturali, contro le penalizzazioni per i lavoratori delle Fondazioni lirico-sinfoniche. Ma è solo uno dei punti caldi di una vertenza che rischia di minare la stagione estiva del Teatro dell’Opera.
“Con la scusa della legge Bray, Fuortes vuole tagliare di nascosto altro personale del teatro”. A lanciare l’allarme sull’operato del Sovrintendente del Teatro dell’Opera di Roma sono Slc-Cgil e Fials Cisal, i due sindacati che hanno rifiutato martedì 8 di firmare l’accordo con la Fondazione, sottoscritto invece da Cisl e Uil. Un patto che prevede una ristrutturazione della dotazione del personale del teatro, come richiesto dalla legge 112 “Valore Cultura” per l’erogazione dei contributi necessari al risanamento finanziario dell’Ente.
“Non firmiamo cambiali in bianco, di fronte a un piano aziendale di risanamento che è un contenitore vuoto e che come unico dato presenta la possibilità che la riduzione del costo del personale, che già ammonta a 6 milioni di euro grazie al pensionamento di 65 unità – spiega Alberto Manzini, segretario generale della Slc Cgil regionale – nasconda in realtà ulteriori tagli”. Infatti, evidenzia, “se ogni lavoratore costa al teatro 56.000 euro, e Fuortes parla di 6 milioni di risparmio, la matematica dimostra come dividendo quest’ultima cifra per il costo pro capite, il numero di lavoratori da tagliare supererebbe le 100 unità”. Il tutto, sottolinea, “in un teatro che a fronte dei 631 dipendenti previsti nella pianta organica depositata nel 2010 al Mibact, ne conta oracirca 460. Il sovrintendente parla di modelli come Vienna e Madrid, dove ci sono 800-1.000 addetti, e poi smonta il Costanzi”. Perciò, annuncia Manzini, “dopo l’assemblea con i lavoratori di ieri, siamo pronti a nuove iniziative di lotta, compresa la possibilità di scioperare per la ‘Bohème’ in programma a Caracalla fino alla conclusione della stagione il 9 agosto”.
I lavoratori hanno inoltre scritto una lettera al sindaco Ignazio Marino, al presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, al ministro della Cultura Dario Franceschini e allo stesso Fuortes, anche perché, ricorda Nadia Stefanelli della Slc-Cgil, “viviamo nell’incertezza: il Comune non sa quale contributo darà e anche la Regione sta tagliando”. In ballo ci sono anche “gli interessi anatocistici con le banche, che devono essere certificati per legge, ma su cui l’azienda ancora non ha fatto nulla: laddove ci fossero stati questi interessi, recuperarli significherebbe avere risorse in più evitando di tagliare sui dipendenti”. Di “gestione di stampo totalitario del Teatro” parla Lorella Pieralli, segretario provinciale della Fials Cisal: “Siamo gli ultimi baluardi rimasti a difendere le Fondazioni lirico-sinfoniche, istituzioni culturali, non industriali, di fronte allo sciacallaggio della cultura come business e la sua svendita ad appaltisti e palazzinari”. Cisl e Uil locali, nota, “hanno deciso di consentire tutto questo, pur rappresentando solo il 50% dei lavoratori e nonostante un accordo unitario vigente a livello nazionale proibisca ai territori di firmare accordi con le sovrintendenze fino a che le proposte di Franceschini non fossero chiare: questi sindacati, qui nel Lazio, hanno fatto carta straccia dei patti stabiliti”. E Roberto Conte della Libersind Confsal, in chiusura di conferenza, afferma: “Forse gli altri due sindacati che hanno firmato sono stati accontentati. Noi andremo a stanare il sovrintendente”.
