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Ha fatto arrestare lui Manlio Cerroni. Duro e puro,il “verde” Galanti

IL PROFILO. Chi è Alberto Galanti, il piemme del maxiprocesso ai rifiuti di Roma. Appassionato di calcetto e cucina, lavora a piazzale Clodio 12 ore al giorno. A scuola da Amendola, tra le sue mani le inchieste su Corrado Clini e sulle bonifiche fantasma in Veneto. Contro il “Supremo” si gioca la carriera

di Valentina Renzopaoli

Ha compiuto quest’anno due decenni di attività nella magistratura. Classe 1967, figlio di un avvocato di ferrea fede democristiana, Alberto Galanti è il magistrato che, con una gigantesca indagine, ha messo in crisi un intero sistema di gestione del settore dei rifiuti che a Roma sopravviveva da quarant’anni. Con un lavoro durato anni è riuscito dove altri hanno fallito: chiudere in casa ai “domiciliari” Manlio Cerroni e dare un colpo “mortale” al Supremo della monnezza. Ma anche costringere il Comune di  Roma  che si era seduto tranquillo per 40 anni sulla collina di Malagrotta a trovare una soluzione allo smaltimento dei rifiuti di Roma. E a vedere il risultato sulle strade,  se c’è qualcuno che ha sofferto dell’assenza di Cerroni sono i romani. Ma questa è un’altra storia.
Poco amante della “pubblicità” mediatica nonostante l’immagine “smart” da eterno ragazzino, sulla rete esistono solo una manciata di fotografie che lo ritraggono, poco o nulla sulla sua vita privata e sulle sue passioni. Quella per il calcetto, ad esempio, che lo ha trascinato sul terreno di gioco fino a qualche mese fa, quando l’ennesima lesione al menisco lo ha costretto a dire addio agli scarpini. O quella viscerale per la musica che, negli anni giovanili, lo ha spinto a suonare nelle cantine e nei locali romani insieme alla sua band. L’amore per le note è rimasto, l’attività concertistica invece è stata sostituita da un’altra grande passione: la cucina. Certo di tempo da trascorrere davanti ai fornelli, in realtà, il pubblico ministero che vuole la condanna del  “re” dei rifiuti Manlio Cerroni non ne ha molto. I bene informati sussurrano che tra udienze, indagini, fascicoli e memorie da preparare, il magistrato dagli occhi azzurri trascorre nella cittadella del Tribunale di Roma tra le dieci e le dodici ore al giorno. E quando entra in aula si riconosce da lontano: capello brizzolato un po’ selvaggio, scarpe sportive che spuntano dalla toga e sotto, l’immancabile jeans e giacca blu.
Oltre alla mega inchiesta sui rifiuti, una delle più imponenti dal punto di vista amministrativo degli ultimi anni per il numero dei personaggi coinvolti e per il loro livello imprenditoriale ed istituzionale, Galanti ha per le mani altre importanti indagini. Come quella che ha travolto l’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini, accusato di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione: a Roma sono recentemente confluiti anche gli altri due filoni su cui stavano lavorando le Procure di Ferrara e di Lugano; sembra che la chiusura delle indagini sia una questione di ore.
Alle battute finali è invece arrivato il processo sulle bonifiche fantasma nelle lagune del nord Italia di Grado e Marano: lo scandalo sull’emergenza ambientale inventata per ricevere i soldi dalla Stato, decine di milioni di euro per un inquinamento inesistente, aveva coinvolto amministratori e imprenditori tra cui Paolo Ciani, Gianfranco Moretton e Gianni Menchini, nonché l’ex direttore generale del ministero dell’Ambiente Gianfranco Mascazzini. Il secondo filone d’indagine, sempre firmato da Galanti, ha prodotto pochi giorni fa altri 26 avvisi di garanzia.
Un feeling, quello del magistrato romano con le questioni legate alla tutela dell’ambiente che deriva dagli anni del tirocinio, quando i suoi maestri furono Gianfranco Amendola e Giuseppe De Falco, ma forse, dice qualcuno, ancora prima, quando il giovanissimo Galanti si innamorò dei valori dell’allora nascente partito dei Verdi. Sarà per questo che quando vede in aula il gruppo dei No Inc di Albano, sembra sorridere. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti: laureatosi a tempo di record a 22 anni alla Sapienza, Galanti ha trascorso tre anni a Bergano, sette nella Procura del Tribunale di Frosinone, altre cinque al Ministero, nell’Ufficio Legislativo che tra il 2005 e il 2011 ideò molte proposte di leggi che successivamente diventarono realtà, come quella sul reato di stalking. Fino all’approdo alla Procura di Roma.
E’ qui che il magistrato sta scrivendo le pagine più importanti della sua storia professionale e di sicuro sulla “monnezzastory” si sta giocando parecchio del suo futuro, in quanto grande accusatore di un sistema di gestione amministrativa che ha coinvolto intere generazioni di politici e soggetti istituzionali romani. Non sarà tutto rose e fiori, anzi: le prime battute del processo, iniziato il 5 giugno, hanno riservato più di qualche grana. Prima la sentenza del Tar che ha annullato l’interdittiva decisa dal prefetto Pecoraro per il Colari e la Pontina Ambiente. Poi la morte improvvisa del giudice Piero De Crescenzo che ha rallentato parecchio i tempi del giudizio immediato, fortemente voluto proprio da Galanti. Infine il pasticcio della montagna di intercettazioni che non sarebbero mai state messe a disposizione delle difese, che ha scatenato una vera e propria bagarre in aula, con l’intero collegio difensivo sulle barricate deciso a mettere i bastoni tra le ruote e a fissare un’ipoteca a futura memoria. Casomai dovesse andare male in primo grado, si preparano le carte per una rivoluzione in secondo. e questo Galanti lo sa. Perché la vittoria contro il “sistema Cerroni” non è così facile come sembra. Dall’altra parte c’è un collegio di avvocati che ha persino alzato la voce, invocando il diritto alla difesa. E poi ci saranno i testimoni: in aula Galanti dovrà dimostrare, prove alla mano e con le intercettazioni, che il suo non è un teorema sospinto dal lavoro dei carabinieri del Noe, quel nucleo preparatissimo e agguerritissimo che si comporta come un’enclave all’interno dell’Arma. E’ dentro la divisa, ma dipende dal Ministero dell’Ambiente, da quale riceve fondi e imput. E proprio il leader del gruppo, il colonnello Ultimo, colui che ha messo in fila i documenti di monnezza story, soprattutto le intercettazioni contese.
Il maxi super processo alla monnezza romana riprende il 25 novembre, ma la vera e propria fase del dibattimento non sembra ancora vicinissima. C’è chi si gioca una carriera, chi una vita di lavoro. Ma c’è tempo per mettere in ordine vinti e vincitori. L’urgenza del rito immediato è naufragata in aula. Lo ha capito Cerroni che il prossimo 18 novembre compirà 88 anni e che si augura lunga vita per arrivare alla fine, un po’ come fece Giulio Andreotti, e lo ha anche capito il piemme, cosciente che per arrivare alla fine ci vorranno un paio d’anni. Ameno di colpi di scena. Che covano.