Maselli e Formisano incontrano Hikikomori Italia Genitori ETS. Nel Lazio si apre il confronto su un fenomeno che può portare adolescenti e giovani adulti ad abbandonare progressivamente scuola, amicizie e vita sociale
Chiudersi in camera, smettere di frequentare gli amici, allontanarsi dalla scuola e ridurre al minimo ogni rapporto con il mondo esterno. È il volto più estremo del ritiro sociale, fenomeno ormai conosciuto anche in Italia con il termine giapponese hikikomori, traducibile con “stare in disparte”.
Il problema arriva ora sul tavolo della Regione Lazio. L’assessore all’Inclusione sociale e servizi alla persona Massimiliano Maselli e la garante regionale per la tutela delle persone con disabilità Anna Teresa Formisano hanno incontrato i rappresentanti dell’associazione Hikikomori Italia Genitori ETS per avviare un confronto sulle possibili risposte da offrire soprattutto alle famiglie.

Quando la camera diventa tutto il mondo
Essere hikikomori non significa semplicemente essere timidi o trascorrere molte ore davanti al computer. L’Istituto superiore di sanità descrive il fenomeno come una forma grave e prolungata di ritiro sociale, generalmente della durata di almeno sei mesi, capace di compromettere scuola, lavoro e relazioni.

Non si tratta inoltre di una diagnosi clinica autonoma: alla base possono esserci fattori psicologici, familiari, scolastici e sociali. Anche Internet, spesso indicato come causa, può rappresentare piuttosto uno degli strumenti attraverso i quali chi si isola mantiene un minimo contatto con l’esterno.
In Italia il fenomeno non è più marginale
Una ricerca del Cnr sugli studenti italiani tra i 15 e i 19 anni ha rilevato che nel 2023 il 2% dichiarava di essersi isolato volontariamente per almeno sei mesi nel corso della propria vita. Tra i fattori associati emergono senso di esclusione, cyberbullismo, difficoltà nelle amicizie e uso problematico di Internet e videogiochi.
Da qui l’intenzione della Regione di sensibilizzare Asl, scuole e università. Perché il problema, spesso, è capire in tempo quando dietro una porta chiusa non c’è soltanto un ragazzo che “non vuole uscire”, ma un disagio che rischia di trasformare quella stanza nell’intero suo mondo.


