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I fornai respirarono… Non ci resta che il Papa

Nel film di Sorrentino il Divo Giulio c’è una scena memorabile: quando l’attore che interpreta un politico della Democrazia Cristiana scosta una tenda, scruta i palazzi di Roma e sentenzia: “Quanto è bella Roma, quanto è silenziosa Roma”. L’azione si svolge all’interno dello studio di Giulio Andreotti nel mese del cielo azzurro, quando sembra un foglio di carta, settembre quello in cui l’aria è fina e i tramonti fiammeggiano intorno alla Città Antica, al Colosseo e al Palatino. In questo settembre Roma è silenziosa ma inquieta, si interroga circa il suo sindaco che oltre a parlare di piste ciclabili, di Fori riaperti al traffico “perché il Colosseo non può essere un paracarri”, di andare in Campidoglio scollinando con una rivincita delle due ruote, di notti bianche, di wi-fi da installare nei moribondi mercati rionali, a parte queste iniziative puramente di facciata (la festa per la chiusura parziale di via dei Fori imperiali è apparsa come una sorta di riconsacrazione dopo il passaggio della Destra in Campidoglio), non ha portato assolutamente nulla di nuovo sotto il cielo di Roma.

Due conferme si possono trovare nella vexata quaestio della “monnezza” che è diventata una partita di tennis con regole e attori che cambiano di volta in volta, un balletto nel quale ognuno (prefetto, ministro, Presidente della Regione) procede con un passo di danza differente, e poi nella fretta di mettere in atto lo “spoil system” ai vertici dell’Ater, di riprendere in mano la gestione delle case popolari in due parole. Quando ci sono le decisioni da prendere “sono cambiati i suonatori ma la musica è rimasta la stessa”. Per il resto si tergiversa, si prende e perde tempo, manca un disegno complessivo, una strategia del governo della città.

I romani lo hanno capito e allora spostano la loro attenzione dal sindaco alla politica nazionale guardando all’estero, senza andare molto lontano: il Papa dalle Mura Leonine telefona che è una bellezza; tra le mura di Sant’Ivo alla Sapienza si consuma lo psicodramma di Silvio Berlusconi e i cronisti di tutto il mondo sono accampati lì da giorni, qualcosa vorrà dire ma appare come una vicenda lunga e complicata anche per i sampietrini che ne hanno viste tante. Il silenzio non è da interpretare come accettazione o rinuncia, somiglia molto di più al lento processo descritto da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi con il medesimo risultato finale: “I deputati si radunarono, o come si diceva spagnolescamente nel gergo segretariesco dall’ora si giuntarono; e dopo mille riverenze, complimenti, preamboli, sospiri, sospensioni, proposizioni in aria, tergiversazioni, strascinati tutti verso una deliberazione da una necessità sentita da tutti, sapendo bene che giocavano una gran carta, ma convinti che non c’era da far altro, conclusero di rincarare il pane. I fornai respirarono; ma il popolo imbestialì”.
A Roma si direbbe, “s’incazzarono”. Politicamente parlando si intende.


Patrizio J. Macci