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Il deficit milionario dimezza Il Tempo. In piazza Colonna chiusure ed esuberi

INSIDER. L’Unione cronisti esprime solidarietà ai giornalisti della storica testata romana. Pronto un piano lacrime e sangue con la chiusura delle edizioni Abruzzo e Molise e zero collaboratori. Gli introiti delle vendite superano quelli della pubblicità

di Claudio Roma

Il Tempo dimagrisce, anzi si dimezza. Le edizioni passano da tre a una sola, i giornalisti da 48 a 24. Il tutto da metà ottobre. Le pagine sono diminuite ormai da due mesi, passando da un range di 40-48 alle attuali 32. Ma al peggio non c’è mai fine, potrebbero diminuire ulteriormente.
Il piano di ristrutturazione aziendale volto a tagliare i costi di produzione presentato dall’editore della storica testata romana sembra una finanziaria della Merkel: tagli, rigore. E la crescita? Niente. E il rilancio? Neanche a parlarne. A lanciare la bomba è l’Unione nazionale cronisti italiani (Unci) che esprime vicinanza ai colleghi de Il Tempo.
Ma cosa sta accadendo a Palazzo Wedekind? Secondo quanto risulta ad affaritaliani.it il deficit dell’ultimo bilancio è di 10 milioni di euro e l’editore non intende più perdere una barca di quattrini nel quotidiano. Di qui il piano lacrime e sangue: chiusura della redazione di Pescara, chiusura dell’edizione Abruzzo e Molise, cassa integrazione a zero ore per i dieci giornalisti assunti e cessazione del rapporto di lavoro con i trenta collaboratori.
E a Roma? Quattordici esuberi, ammortizzati con la cassa integrazione a rotazione. L’obiettivo è arrivare a fare un quotidiano a edizione unica, confezionato da una ventina di giornalisti e costituito da 24 pagine, massimo 32. Il tutto per contenere i costi. La trattativa tra sindacati e azienda è in corso, ma il futuro fosco per i giornalisti e per la testata. I conti parlano chiaro. I 10 milioni di debiti sono il frutto infatti di maggiori spesi inserite nel bilancio pubblicato ma non meglio specificate, e dal crollo della raccolta pubblicitaria. La Manzoni ha garantito a Il Tempo poco più di tre milioni di euro l’ultimo anno; le prospettive, al netto della crisi economica, erano però ben altre. Il contenzioso con la concessionaria è ormai in atto, tra rivendicazioni reciproche. Il giornale in edicola però corre veloce, è uno dei pochi in crescita reale, tanto che gli introiti da vendite hanno superato quelli da pubblicità.
L’editore nel corso delle riunini ha fatto presente che per rilanciare il giornale servirebbero investimenti che al momento non è in grado di sostenere. Ipotesi di cessione della testata non vengono prese in considerazione. Ingressi di altri soci all’orizzonte non se ne vedono. In tanti sono fuggiti: Rotelli, Angelucci, l’ultimo Arpe che sta per acquisire l’Unità. Nel frattempo una testata storica dell’editoria romana vacilla, senza alcun piano di rilancio e di soli tagli. L’Unci pertanto chiede un incontro con il sottosegretario Luca Lotti e lancia dubbi inquietanti quando chiede a Palazzo Chigi di “approfondire la reale portata della crisi che sta attraversando una testata che rappresenta un pezzo importante della storia del giornalismo italiano” e quando sollecita Lotti a “esercitare una forma severa di controllo sulle condizioni che hanno portato al pesante passivo ufficializzato dall’editore de Il Tempo”. Il tutto al termine di uno stato di crisi che non ha prodotto i risultati sperati, tra giornalisti che dovevano andare in pensione e non ci sono andati, pagine che dovevano diminuire e invece aumentavano, investimenti sbagliati (soprattutto sull’on line) scelte editoriali discutibili. Alla fine la sensazione che attanaglia i giornalisti è di confusione totale. In questi giorni è in corso il confronto tra Fnsi, Cdr e azienda con l’obiettivo di mitigare i progetti dell’editore. Ma il problema riguarda soprattutto un piano industriale ed editoriale che manca ormai da troppi anni a piazza Colonna 366.