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“Il lavoro non c’è più: è estinto”. Disoccupato, vive in un box auto

LA STORIA. Cinquantanni, laureato, ex immobiliarista. Con la crisi perde il miglior cliente e si avvicina al crack. Società chiusa, dowgrading sociale immediato e zero debiti: “Ora porto la borsa dei ferri di un artigiano, gli faccio da segretario aiutandolo a gestire gli appuntamenti. Quando va bene mi pago la colazione e un pasto. Ecco a cosa è servita la mia trentennale esperienza lavorativa”. Da un anno vive, dorme e si lava in un garage… “E la speranza spesso è una luce dolorosa, non tutti resistono”

di Patrizio J. Macci

Antonio (il nome è di fantasia), ha cinquant’anni e la profondità di ragionamento di chi conosce sempre nelle minime sfaccettature l’argomento della conversazione. Ha lasciato le Marche per lavorare nella Capitale, in tasca una laurea in Scienze politiche conseguita con il massimo dei voti. La sua vicenda umana e lavorativa si può riassumere in due righe, come i giudizi dei brutti film nei quali è meglio tagliare corto, o come un cerotto che se strappato con violenza fa meno male. Fino a due anni fa lavorava nel settore immobiliare, vendeva appartamenti e guadagnava cinquantamila euro l’anno; abitava in una spaziosa casa in affitto, possedeva due automobili, una personale e una aziendale, infine una motocicletta per gli spostamenti veloci in città. Ora non ha più nulla. I soldi non sono stati dissipati in piaceri effimeri, li ha bruciati in un guizzo la crisi economica, come un falò di carta. Non ha debiti con nessuno, non deve un centesimo a nessun creditore, neanche all’erario. Ma ora vive in un box auto nei sotterranei di un condominio nell’estrema periferia romana. Ha accettato di raccontarci la sua storia.
Dunque, cominciamo dall’inizio, cioè dalla fine. Quando è cominciata la crisi che l’ha condotta in questa situazione?
“E’ stata come la scena finale del film Titanic. Ha presente? Quando la nave si spezza a metà dopo essersi impennata e riempita d’acqua. Per me il crollo è iniziato due anni fa. Quando ho capito che non avrei avuto più un’entrata economica sicura. Ho fatto un “downgrading” esistenziale e lavorativo, ho tagliato tutto quello che non mi era più possibile mantenere. Ho tenuto l’automobile perché aveva un valore simbolico, e poi perché speravo di ricollocarmi. Ho disdetto anche l’affitto della casa in cui risiedevo, e ho chiesto temporaneamente ospitalità a un amico che mi ha tenuto per un periodo a casa sua. Pensavo di riuscire a inserirmi nuovamente nel mondo del lavoro. Non é accaduto, e da un anno vivo e dormo nel box auto del suo garage”.

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La società da quante persone era composta?
“Eravamo in due, con due sedi distinte. Una per il centro di Roma, e un’altra dedicata a un’azienda italiana di primaria importanza con migliaia di dipendenti sparsi per lo stivale, e che a un certo punto ha fatto il botto. Prima è entrata in coma, poi è fallita. Noi avevamo un accordo privilegiato, per cercare appartamenti ai suoi dipendenti in affitto oppure per favorirne l’acquisto. Eravamo legati da un cordone ombelicale”.
Quindi tutto andava a gonfie vele?
“Certo, infatti quando l’azienda che ci tiene a galla entra in crisi noi veniamo trascinati nel suo collasso perché i dipendenti si trovano con le buste paga azzerate senza più uno “storico”. Le banche non gli danno più fidi. A quel punto siamo spacciati. Per darle un’idea del volume di affari, io chiudevo una media di 15-16 vendite al mese. Lavoravo anche il sabato. Come si dice a Roma, non sapevo letteralmente a chi dare i resti”.
E poi?
“Poi molliamo la sede incastonata nel cuore dell’azienda che sta andando in malora . Ci ridimensioniamo di brutto. Siamo stati in agonia per due anni, impegnati a correre dietro alle follie dei condomini di un brutto quartiere fuori dell’anello del Gra. La bolla immobiliare intanto era esplosa. Per sei mesi siamo stati sotto la soglia di guardia dell’appartamento venduto al mese: il minimo indispensabile per pagare le spese e le bollette. A quel punto decido di cedere tutto al mio socio e tento di ricollocarmi, o meglio di fare qualche colloquio”.
Cosa ha trovato in giro?
“Il lavoro in Italia non esiste più. Si è estinto. Stamane sono stato a un colloquio con il responsabile di un’azienda che ha una rete di franchising immobiliare, e fa spot in tv a tutte le ore. Gli ho chiesto quante case avessero venduto in quel quartiere negli ultimi tre mesi. La risposta è stata zero. Subito dopo mi hanno proposto di lavorare senza alcun tipo di compenso anticipato”.
Magari si è trattato di un caso isolato. Oppure lei è pessimista?
“C’è di peggio. Ci sono quelli che propongono l’affitto di “slot” all’interno di un ufficio, promettendo poi percentuali molto alte. In sintesi si paga per lavorare”.
Internet ha una qualche parte nella crisi del settore immobiliare, delle agenzie su strada intendo?
“Le case si guardano sul web, ma per comprare almeno in Italia è necessaria l’intermediazione. Il fattore umano è imprescindibile. Comprare la casa per l’italiano medio è una cosa serissima. Se si riferisce ai negozietti pieni di quei tizi vestiti come i “Blues Brothers” le dico che mi viene da ridere. Il business è un’altra cosa”.
Ora…cosa fa tutto il giorno?
“Porto la borsa dei ferri di un artigiano, gli faccio da segretario aiutandolo a gestire gli appuntamenti. Quando va bene mi pago la colazione e un pasto. Ecco a cosa è servita la mia trentennale esperienza lavorativa”.
La prima volta che ci siamo sentiti per questa intervista non c’erano stati quegli eventi terribili, il triplice suicidio motivato da problemi finanziari di un imprenditore. Posso chiederle se fa uso di farmaci antidepressivi?
“No, assolutamente. Nonostante tutto io sono ottimista. La speranza è biologica – diceva Moravia. L’uomo spera che qualcosa cambi da quando apre gli occhi al mattino. Uno degli equivoci più grandi è che le persone compiano gesti estremi perché disperati, io penso che sia esattamente il contrario. La sofferenza che si prova, il dolore, è proprio quello della speranza che qualcosa accada. E la speranza spesso è una luce dolorosa, non tutti resistono”.