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“Il nostro premier al parco da solo. Stregato dai Fori: una cartolina”

“Il nostro premier al parco da solo. Stregato dai Fori: una cartolina”
Vincent Mertens de Wilmars
ROMA CAPITALE. Su Affaritaliani.it secondo appuntamento con la rubrica del sabato a cura Marcello Aranci, volta alla scoperta della rete diplomatica internazionale presente a Roma. Questa volta incontriamo l’Ambasciatore del Belgio Vincent Mertens de Wilmars: “Un filo diretto collega Roma e Bruxelles ma a Roma c’è una luce… Penso che sia uno spettacolo unico e che ognuno dovrebbe avere il privilegio di vedere almeno una volta per comprendere la magia di Roma”.

Sulle differenze tra i due Paesi: “Siamo in vantaggio di una quindicina d’anni rispetto all’Italia, non per meriti straordinari, ma solamente per il fatto di aver avuto prima i problemi come la deindustrializzazione e il regionalismo. Siamo stati 540 giorni senza Governo. Nonostante ciò, la nostra economia è cresciuta, soprattutto grazie a un sistema di burocrazia snello ed efficace che è stato capace di viaggiare in autonomia e produrre ottimi risultati, ponendo l’interesse generale della nazione al primo posto”

di Marcello Aranci

Nel cuore dei Parioli, in una sede accogliente, in una mattina non troppo fredda e con un sole pallido che all’ora di pranzo non sembra nemmeno inverno, incontriamo  l’Ambasciatore del Belgio Vincent Mertens de Wilmars, un uomo molto garbato e con una profonda formazione classica per la quale essere in Italia significa essere nella culla della cultura occidentale. Una persona straordinariamente serena con una grande esperienza che lui stesso definisce “per niente esotica”, avendo lavorato prevalentemente in Europa.
Ci racconta come il Belgio sia un Paese molto più simile al nostro di quanto immaginiamo e con molte cose in comune. Una grande questione regionale con un dibattito molto dinamico, ma contrapposto ad un forte senso di appartenenza europea con una partecipazione che diventa essa stessa identità europea.
Un Paese ospitale e con una comunità italiana molto numerosa. Una qualità della vita elevata e un welfare di altissimo livello. Un ottimo posto dove vivere come dicono i nostri connazionali che sono lì per lavoro o studio, ma chiediamo allora ad un belga d’eccellenza cosa pensa della nostra città.
Ambasciatore Mertens, che cosa la colpisce di più di Roma e qual è la sua esperienza romana ?
“Sono a Roma da un anno e mezzo e devo dire che considero un privilegio oltre che un onore essere in questa città, per lo più ho la fortuna di vivere a un passo dal Foro Romano e di apprezzarne nelle giornate come questa una luminosità che sfiora la magia, sembrerebbe di essere in una cartolina con una luce artefatta, mentre invece è meravigliosamente vera. Ad esempio, vivendo ai Fori m’innamoro ogni giorno di questa luce così garbata e cosi pura. Penso che sia uno spettacolo unico e che ognuno dovrebbe avere il privilegio di vedere almeno una volta per comprendere la magia di Roma. Inoltre nel mio lavoro le relazioni con la città e con le istituzioni sono fin troppo facili, i rapporti tra Italia e Belgio sono un meccanismo che funziona bene e necessita più che altro di essere lubrificato ogni tanto e quindi il nostro lavoro, in tutta sincerità, non ha i ritmi stressanti che generalmente ci accompagnano in altri Paesi, qui abbiamo anche il tempo di cogliere le sfumature migliori di questa città, il che probabilmente diventa anche parte essenziale di un processo di integrazione culturale che migliora le relazioni trai due Paesi. Vivendo di più un Paese se ne comprendono meglio anche le sue dinamiche”.

Come vive Roma? La sente una città sicura, a portata di mano e vivibile?
“Sicuramente si, anche se noi siamo abituati a standard molto diversi, ricordo quando qualche tempo fa in Belgio passeggiavo con il Ministro della Difesa in un parco all’ora di pranzo ed abbiamo visto passare il nostro Primo Ministro da solo con le sue cartelline in mano, ecco forse noi manteniamo una semplicità nelle istituzioni e nei rapporti con i cittadini che qui è un po’ meno consueta. Guardi anche la nostra Ambasciata, ha misure di sicurezza assolutamente nella media. Certo in passato abbiamo avuto qualche problema, ma in genere la città è sicura ed accogliente”.
Come sono le relazioni tra Belgio e Italia?

“Ottime. Le relazioni tra i nostri due Paesi funzionano meravigliosamente considerando anche il fatto che abbiamo una cultura molto simile e, devo dire, anche problemi analoghi. Con una sostanziale differenza però, che noi siamo stati costretti ad affrontarli anni prima. Una mia personalissima valutazione è che il Belgio ha il vantaggio di una quindicina d’anni rispetto all’Italia, non per meriti straordinari, ma solamente per il fatto di aver avuto prima i problemi che successivamente hanno avuto gli altri Paesi. Ad esempio, il processo di industrializzazione in Belgio si è arrestato molti anni fa ed oggi abbiamo una vocazione prevalentemente terziaria e agricola. L’Italia invece ha proseguito il processo d’industrializzazione con alcune conseguenze occupazionali positive negli anni addietro, ma oggi rischia di trovarsi a rincorrere competitors in forte vantaggio. Questo ha alimentato anche alcune differenze rispetto a noi, la più significativa nel mercato del lavoro. Mentre in Italia è forte il dibattito sul licenziamento da noi è forte la politica “hire and fire” (assumi e licenzia) ma con un mercato molto caro ma più flessibile. Ecco perché oggi abbiamo partner industriali ad alto valore aggiunto ed in settori che saranno strategici per il prossimo futuro come ad esempio le energie sostenibili”.
Come vedete l’Italia e che tipo di rapporti commerciali esistono tra i due Paesi?
“Con il vostro Paese abbiamo rapporti davvero importanti e stretti, soprattutto quelli di natura economica, infatti ci sono diversi gruppi industriali belgi ben radicati in Italia e specialmente nel settore chimico. C’è però una certa diffidenza, dovuta a un diffuso atteggiamento che potremmo definire “conservativo” in molti settori, sia su temi sociali che su temi economici. Come ho detto, però è un problema che abbiamo avuto anche noi e che abbiamo in parte superato ma non senza difficoltà. Come ad esempio la questione “regionalista”.
Se il Belgio ha una situazione regionalista che per certi aspetti è molto simile a quella italiana come è stata affrontata in questi anni?
“La nostra situazione è molto complessa, ma in realtà ci troviamo di fronte a questioni che sono comuni a tanti Paesi e sicuramente tra questi c’è l’Italia. Noi belgi abbiamo faticato parecchio e continuiamo con grande impegno un percorso di armonizzazione in un quadro federalista. Proprio questo processo di revisione della nostra architettura istituzionale, di riforma dello stato e della costituzione ha creato enormi difficoltà alle nostre forze politiche. A riprova dei grandi ostacoli che abbiamo incontrato, recentemente siamo stati 540 giorni senza Governo. Nonostante ciò, la nostra economia è cresciuta, soprattutto grazie a un sistema di burocrazia snello ed efficace che è stato capace di viaggiare in autonomia e produrre ottimi risultati, ponendo l’interesse generale della nazione al primo posto. Questo è un indicatore importante perché uno Stato, quando affronta temi così delicati, deve essere in grado di proseguire la sua attività a prescindere dal dibattito politico. Così oggi abbiamo la nostra politica concentrata ad affrontare una serie di riforme istituzionale ma il Paese va avanti”.
Quali riforme state cercando compiere e come?
“Come abbiamo detto da noi il problema delle regioni è centrale. Pensi ad esempio che abbiamo alcune sovrapposizioni tra Regioni e Stato Federale addirittura nelle relazioni diplomatiche, il che complica spesso molti processi strategici. Ma al di là di questo, noi belgi viviamo una forte dicotomia tra una grande vocazione europeista a sfondo “mondialista” e un risoluto processo regionalista. Se volessimo prendere in prestito un’immagine della fisica potremmo dire che oggi i processi politici e quindi la diplomazia stessa si trovano stirati tra una forza centripeta ed un forza centrifuga in cui la posizione di equilibrio è sempre più complessa e, ovviamente, qualsiasi tipo di riforma istituzionale deve prendere piede a partire da questa considerazione. Il fenomeno del regionalismo non è un fenomeno che tende ad affievolirsi nel tempo, anzi, è una questione che ciclicamente riappare e per renderlo efficace dobbiamo considerare che qualsiasi riforma deve essere digeribile da parte dei cittadini e dell’opinione pubblica. In effetti, nella questione regionale, la similitudine con l’Italia è veramente significativa, anche noi abbiamo una regione del nord oggi diciamo più progressista e una regione del sud prevalentemente conservatrice. Quello del regionalismo è un tema per niente banale, perché in Italia come in Belgio è un dibattito che rimane aperto”.
A complicare il problema del regionalismo si aggiunge la questione dell’immigrazione. Il Belgio ha gestito il fenomeno con grande successo negli Anni 60-70 ma che oggi sembra affrontare con un po’ più di fatica ?
“Sicuramente siamo stati un paese oggetto di migrazione anche precedentemente, già dagli anni 40. Basti ricordare che il nostro Primo Ministro Elio Di Rupo è figlio di emigranti italiani che venivano dall’Abruzzo, nel quadro di un accordo che muoveva 50.000 lavoratori dall’Italia al Belgio. Ma era un’immigrazione profondamente diversa, innanzitutto prevalentemente europea con la stessa cultura, quindi con un sentire comune che in ogni caso era molto forte e il risultato è stato un processo di integrazione quasi indolore, molto efficace e in qualche modo la vicenda del nostro Premier ne è testimonianza. Oggi la questione è differente e giocano due grandi problemi, di cui il primo è che l’immigrazione nel Belgio è prevalentemente nord africana, con profondissime differenze culturali e religiose. Il secondo è che la situazione delle nostre economie, non più così florida, genera non pochi problemi di natura sociali. La vera disparità all’interno di una comunità deriva dalle diverse opportunità di accesso alle risorse. Nel Belgio mitighiamo molto questa situazione che in altri Paesi rischia di essere esplosiva attraverso due grandi operazioni socio-culturali. La prima è quella di evitare di creare città con ghetti e zone ad appannaggio solo degli immigrati e la seconda è di includere gli immigrati nel processo decisionale e di governo dei territori, quindi, partecipando al processo elettorale. Un percorso che abbiamo già cominciato da diversi anni e ci ha permesso di ottenere risultati molto positivi rispetto ad altri Paesi”.